Quarantanni passati a scarabocchiare ovunque, a scrivere a sprazzi, a volte di corsa con una foga febbrile, come se non ci fosse più tempo per nulla. Oppure con lentezza esasperante, oppresso e confuso da una pletora d'emozioni altrimenti inesprimibili.
Perchè lo faccio? Per chi lo faccio? Io non sono sicuro di conoscere le risposte esatte, ma sento che scrivere mi allevia, in parte, la malinconia di vivere, rende buona o più accettabile la rabbia segreta che mi stringe da molti anni lo stomaco. In realtà ciò che scrivo nasce quasi interamente da un processo d'autostima, l'unico che mi sono concesso in tutta la mia vita ed è un caso talmente raro che non intendo sopprimerlo alla nascita.
Ma quarantanni sono tanti, troppi e troppo vari i luoghi e le lusinghe con cui essi mi hanno incantato; eppure se ci fosse anche un solo momento di consapevolezza, un solo alito di vento in cui cogliere la fragranza della vita…scrivere sarebbe servito a qualcosa. Parlo di Enzo, degli occhi che ha incontrato e del tempo trascorso a scrutare gli indizi della verità accampata dentro ognuno di noi; parlo della realtà e dei sogni che da essa nascono per farci vivere un altro mondo e altri sogni ancora.





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