martedì 7 aprile 2026

SALINA -

“Se vogliamo che tutto rimanga com’e’, bisogna che tutto cambi!”. 

 Era scritto così e son trascorsi 50 anni ma la mia città sembra senza memoria: le strade, i palazzi e la vita che vi scorre dentro, tutto apparentemente slegato da un passato ogni giorno più lontano. Misconosciuto. Palermo vuole dimenticare, brucia le sue stagioni e lascia che i frammenti della sua storia millenaria restino sparsi in giro tra i vicoli, le piazze, il mare il cielo e le chiese: li raccolga chi vuole e ne faccia ricordo se vuole, storia se può, ma non per gli abitanti. Essi non sanno o fanno perfettamente finta di non sapere, trascendono e corrono via come chi troppo ha avuto e naturalmente tutto spreca. Sono arrivato qui nel pomeriggio silenzioso di questa giornata di festa con la testa e gli occhi pieni di immagini di uno stato, una repubblica cui vorrei essere più affezionato ma non sono sicuro di riuscire a rappresentare il distacco, il vuoto in cui risuonano i miei passi in questa piazza Croce dei Vespri di fianco al convento di S. Anna. 
Vi sono molti luoghi in quest’isola che respirano l’aria di eventi letterari; luoghi che altrove sarebbero “abbelliti” e rispettati come fulcro di un’esperienza artistica e umana fuori dal comune. Penso a certe strade di Siracusa per Elio Vittorini o di Modica per Salvatore Quasimodo, a certi cieli sopra Marzamemi o Catania per Vitaliano Brancati, a certi orizzonti dinanzi alla valle dei templi di Agrigento per Luigi Pirandello. Qui davanti alla facciata di palazzo Ganci è normale pensare alla sintassi esemplare di un libro che è stato un caso letterario famoso: la fama e il successo planetario postumi, la stessa logica culturale sociale dell’intera città, Palermo non si cura di sè nemmeno nei suoi rappresentanti istituzionali, la capitale non ha memoria pare che non ami e lascia che il tempo la divori. 
Nel novembre del 1958 usciva postumo “Il Gattopardo” e agli inizi degli anni 60 Luchino Visconti ne traeva un’interpretazione cinematografica che resterà un “cult” del cinema mondiale. Non c’è gloria visibile in quest’angolo del centro storico di Palermo: il palazzo come il libro e, per certi versi il film, è ricoperto da un oblio lento e inesorabile. Lo stesso che percepiva come ineluttabile il principe Salina durante il ballo a palazzo Ponteleone. Qui fu girata la scena memorabile del ballo col valzer inedito di Verdi, gli stucchi, gli specchi e l’immensa sala pavimentata con ceramiche di Caltagirone. E’ tutto come allora, dentro il palazzo: la principessa Carine Vanni Mantegna può ancora spalancare la porta su una sala piena solo di echi lontani perché, è curioso, ma la lettura e la visione di questi luoghi ha un senso compiuto solo attraverso una comprensione storico sociale attenta di ciò che fu ed è. Evidentemente lo snobismo altero dei gattopardi siciliani riesce ancora a isolare in un perfetto riserbo i visi e le idee, l’aria e lo spirito della loro indolente sicilianità. 
Nessuna parola renderà mai il senso del bello e dell’inutile che trasuda da questi ambienti. Burt Lancaster, il principe Salina, se ne era impregnato per mesi, ospite di quell’alta società palermitana che fece poi da comparsa nel film per evitare di perder tempo, come volle Visconti, a insegnare il perfetto baciamano agli attori. E tutto insieme il palazzo, i suoi arazzi e i suoi splendori stanno qui in un’atmosfera rarefatta che io non riesco in nessun modo a far combaciare col resto di questa giornata. C’è un’asincronia culturale profonda tra il mio sud che si affaccia su piazza dei Vespri e l’Italia di piazza Montecitorio e quella ancora della Milano di Berlusconi e Salvini. Ma probabilmente sono io ad essere fuori tempo e fuori luogo: a chi può importare del 1860, di Garibaldi e di palazzo Ganci? Sto lì, fermo a farmi divorare dai miei pensieri, in fondo sono tornato in questi luoghi per tale motivo. Una turista mi chiede con la piantina in mano: - piazza S. Anna? - E’ francese dall’accento; - Sì madame è questa, se cerca la galleria d’arte moderna è proprio lì alle sue spalle - La signora annuisce ma, un po’ interdetta, guarda il palazzo… - E’ palazzo Ganci…Visconti, il Gattopardo…ricorda? - Sì, sta ricordando, ha una strana luce negli occhi, chiama il marito - Paul, Paul, vien, ici, ici - 
La saluto: buona permanenza a Palermo madame. Qui tutto cambia perché nulla cambi veramente.

domenica 5 aprile 2026

IL TEMPO OBLIQUO -

Questo è un tempo obliquo, questo degli ultimi anni: quello che mi divora sul blog e sulla carta. Non posso dire che non mi appartiene ma vorrei che se ne andasse altrove a intorbidare il cuore. Trascorro una buona parte del mio tempo "ludico" su queste pagine elettroniche ma il mio tempo vero è altrove su un poggio a scrutare una porzione di azzurro marino incuneata tra il monte e la vigna; il tempo diretto è un ragazzo senza freni che mi ha raccontato altre storie con altre parole e altre intenzioni. Credevo di incontrarli tutti i visi che ho amato: gli uomini e le donne che, secondo me, dovevano essere tutti qui a vagare fra queste colline e il mare. Si sono celati nel gran corpo della terra: di loro hanno lasciato, qua e là, soltanto l’eco sciolta del loro essere persone…e mi hanno dato una lezione di asciuttezza e dignità. Ho sperato che ci fosse almeno lei, doveva esserci e ho gridato il suo nome al vento ma non è tornato niente indietro: così sono inciampato nei sogni e, adesso, andarmene sarà solo un’illusione. Voglio dirvi che ho camminato tanto da scordare il punto di partenza, che mi sono finto mille altre cose da quest’uomo che guarda ostinatamente davanti a sé. Non c’è astio, non c’è rammarico ma ho capito che non sono più qui: ho capito di avere un senso solo col vento vero sulla faccia, con i ricordi che non si possono raccontare. Quel che scrivo va letto in questo modo, tornare o sparire in un modo o nell'altro fa parte del mio DNA; le pagine hanno questo terribile pregio, restano, le riapri e le usi come trastullo della mente e del cuore quando più ti aggrada. Ciò che si scrive testimonia sempre qualcosa o qualcuno, annullarle equivale ad uccidere definitivamente chi le ha prodotte. Io non le ho annullate.

venerdì 3 aprile 2026

CASA PROFESSA -

...Poi scrissi scendendo a patti con tutte le illusioni.

 Fosse per me sarei ancora con fogli di carta e una penna in mano: nessuna tastiera e nessuno schermo se non il riflesso dei miei occhiali. Starei ancora in attesa di un’idea masticando pensieri un rigo dopo l’altro, con pigrizia, immaginando la vita come non è quasi mai e guardandola con lieta cupidigia quando ti passa accanto e ti lascia attonito davanti a tanta bellezza. Fosse per me sarei rimasto in questa città a metà strada fra l’Africa e L’Europa a domandarmi da che parte stare in un gioco sottile mai risolto. In fondo non mi dispiace camminare tra chiese barocche e cupole arabe, uno come me difficilmente troverà un posto fisso dove stare e digerire tutti i compromessi necessari per dire “Qui mi va bene”. Pasqua a Casa Professa in un delirio di volute, marmi a mosaico e finestre a vetri colorati: i santi e gli angeli mi guardano immobili con fredda cortesia, certi dubbi passati sono stati mal digeriti. Però mi domando: ma come si può vivere senza un dubbio, una contrapposizione, un’ombra? Come fai ad amare il sole se non dopo un corridoio oscuro? -Buongiorno…scusi, ma lei non è il figlio del professore? - L’uomo che mi ha fermato con garbo è anziano, magro come una canna, adesso mi sta di fronte tenendosi il bordo del cappello per non farlo volare via. Ci scrutiamo quel tanto che basta, poi gli tendo la mano: - Cavaliere, è una vera sorpresa…si sono io, sono Enzo- ci sono due incontri contemporanei, due piani di ascolto e dialogo - Lei qui? Ma non abita in via Dante? -Si ancora lì, sempre nello stesso palazzo…è che ogni tanto mi piace camminare. Non gli dirò le fesserie di rito, abbiamo poco tempo per sprecarlo in frasi fatte - Cavaliere una volta mi dava del tu… Ride con gli occhi, ammicca e guarda in alto. - Sì, li ho tutti bianchi anch’io. E’ per questo che mi onora del lei, per farmi intendere che adesso faccio parte del circolo riservato? Ci stringiamo la mano con tranquilla energia promettendoci una decina di cose che certamente non faremo; d’altronde le poche che contano ce le siamo dette coi gesti e gli sguardi. Quei due sono molto più seri e sinceri, questi qua sono solo gli ambasciatori formali, gli indispensabili anfitrioni di un incontro. In Sicilia è quasi sempre così. I cannoli sono squisiti e freschissimi: li passo in rassegna nella pasticceria affollata e penso che questo posto sarebbe un buon palcoscenico per la commedia che si recita a soggetto tutti i giorni. Quando esco dal negozio i profumi mi inseguono per un buon tratto, fino al viale, quasi volessero impedirmi di pensare. Fosse per me avrei chiuso i contatti con la mia testa da molto tempo e avrei dato l’esclusiva ai sentimenti e alle emozioni. Ma il professore mi ha fatto studiare, d’accordo con mia madre, ed è per questo che non riesco a godermi un cannolo in modo acritico, una persona solo per ciò che è, una donna solo per come si muove, me stesso senza orpelli né parole. Sempre questa minchia di metafisica tra i piedi! Anna deve aver chiacchierato spesso ed io devo avergli pure risposto, solo che adesso la risposta deve essere stata sbagliata. - Non mi hai ascoltato, vero? Ma dove te ne vai? Sempre il solito: tu in giro per i fatti tuoi e io qui ad aspettarti come una scema -. Ride, per fortuna, oggi me la sono cavata. Poi si vedrà. Viale della Libertà è attraversato da una brezza leggera, gli alberi sono ancora spogli. Fosse per me sarei rimasto qui a far finta di aspettare la conclusione di un amore: sarei invecchiato con alcuni fogli di carta e una penna in mano. Avrei scritto lì sopra la gioia leggera e vanesia che mi dà essere vivo da queste parti.

mercoledì 1 aprile 2026

LA LUCE CHE CAMBIA-

Sarà per la luce che cambia, sarà che il telefono ti rompe solo le scatole, sarà che non basta più la musica, la tv. Sarà che nella mia stanza ci sono troppe eco, troppi silenzi. Sarà per tante cose che forse vorrei staccarmi di dosso, o che vorrei appiccicate sulla pelle, come cera per arrotondare gli spigoli. Per ammorbidire lo sguardo. Sarà per tutte queste cose assieme ma io scrivo per avere la sensazione d’esser vivo, faccio così da quando ero un ragazzino: scrivo per chiarirmi le idee…e amare di più. 
Ci sono due cose che mi aprono la mente, una penna e il mare, la prima è nella mia mano adesso, l’altro credo di averlo ficcato da sempre nella parte più profonda di me. Scrivere è per me un affrancarmi dall’ ignoranza non una liberazione, anzi…Spesso la rivelazione dell’acqua che mi scorre dentro dà spazio ad interrogativi angosciosi; e tuttavia scrivere mi riesce naturale…quasi come lo stare solo sulla cattedra durante i temi d’italiano ai tempi della scuola: 
- Lei si metta qui che tanto lo sappiamo bene che ha una penna prolifica e generosa - diceva così ogni volta la prof. Negri con la sua faccia di culo cartonato e grinzoso. 
- Le do nove, d’altronde non si è mai visto un voto più alto in questo liceo…ammesso sia tutta farina del suo sacco- 
Di ogni dono o capacità imparai allora a considerare anche le controindicazioni: comunicare bene, meglio di altri e essere condannato a una solitudine quasi perfetta. Mi domando se anche i miei amici, e compagni di allora, dopo, nel divenire della loro vita, siano mai stati soli su una cattedra a guardare gli altri sguazzare felici nella loro normalità. E’ questo il motivo che sempre più spesso dissangua la mia volontà di esserci: cosa faccio, cosa chiarisco, cosa cambio o miglioro? Scrivo, sì scrivo, scrivo e basta: sono ciò che scrivo, solo quello. Non ho altre pretese, fini secondari, libri da pubblicare, donne da conquistare. In fondo sono ancora nell’aula della seconda B, seduto alla cattedra che sbircio gli altri mentre io ho già finito. Quando il senso di vuoto e d’inutilità diventa insopportabile, quando giro a vuoto come in queste ultime settimane, allora decido di andare al mare, anche se il mare è sempre lì tutto l’anno. Ma adesso che l’autunno è arrivato appare diverso, come se volesse scuotermi da questa ruggine che infetta lo scorrere del tempo e mi immobilizza ed io mi sento toccato, affascinato dalla sua libertà e dalla sua sfacciata indecenza, ho quasi una sensazione di rabbia e d’invidia. Vorrei seguirlo, cambiare natura e invece resto lì, in bilico, sospeso e perduto da quel fluire senza direzioni e la mia inquietudine si addensa. 
 Aggrapparmi all’orizzonte che si staglia lontano e netto diventa indispensabile; il suo fascino è nel suo equilibrio, mi dico, è in quel suo essere in armonia con lo stare e l’andare, nel saper vivere entrambi. Io sono venuto qui per raccogliere quest’illusione tanto simile alla mia, un filo steso fra l’immobilità del cielo e il muoversi senza meta del mare. Lo so bene quel che cerco in questa terrazza del bar sulla spiaggia: voglio il suo segreto, il segreto racchiuso dentro l’orizzonte…perché se avessi la sua esattezza saprei da dove cominciare (Cit). 
 La vita è fatta di tante piccole finzioni, piccoli inganni. La vita è un gioco d’illusionismo. Un gioco d’ombre che si stagliano gigantesche su uno sconfinato muro bianco. Capita che tu non te ne accorga ma intanto qualcuno ha cambiato l’angolazione delle luci. Cambia la regia. Il trucco si svela. La verità si confonde. La scenografia resta sempre immensa, tu scopri di essere quello che sei, un minuscolo attore che balbetta la sua parte. Forse la vita è questo, mi dico. È rimanere nei ruoli, rimanerne prigionieri e imbrogliare le stagioni con una infinita primavera. E io che scrivo ancora su un blog, a che serve un blog? E’ un diario, un palcoscenico? A che serve? A volte serve a capire, ma solo a volte.