mercoledì 24 dicembre 2025

SERA DEL 24 DICEMBRE -

E’ una variabile personale il tempo, il mio tempo diverso dal tuo; in verità non è nemmeno mio, con me scherza, ogni tanto discute…poi mi volta le spalle e se ne va per la sua strada. Così anche questo Natale, l’ennesimo, giunto puntuale per sé ma non per le mie aspettative. Ho dovuto lavorarci sopra nelle ultime ore, mi sono guardato intorno e ho visto il mio identico smarrimento, mascherato meglio però. La luce di cui parlarono i profeti galleggia nel cielo solo per chi sa e vuole vederla, per tantissimi altri è una fiction ben orchestrata. 
Ho trascorso alcuni Natale al buio ma ho letto a lungo che la Luce esiste essa è, siamo noi a colorarla e a chiamarla coi nomi più svariati: per chi ha fede essa è il soprannaturale che incrocia il cammino dell’uomo, per chi guarda solo alla realtà concreta è un obiettivo di riflessione ed umana solidarietà. Per me, bambino, fu neve e meraviglia, concerti di Natale e mia nonna col naso freddo in Piazza Duomo a Milano. Poi, negli anni, velocemente non fu più nulla, solo il venticinquesimo giorno dell’ultimo mese dell’anno. Ora è quasi silenzio e parole bisbigliate per destare il ragazzino che fui con una dolcezza che avevo scordato. Quanto mi piacerebbe regalarvene un po’…Auguri.

venerdì 19 dicembre 2025

IL FOYER DELLA SCALA -

Ancora una volta mi chiedo dove sta il segreto, dove si nasconde la logica imperiosa ma sottile che dirige le nostre vite: lontane e separate all’apparenza, distanti nei modi e nei tempi, segretamente intrecciate nei moti dell’anima e del cuore. Quante parole ho pronunciato in questi ultimi anni, quanti sogni interrotti hanno ripreso forma, quanti dolori nuovi si sono aggiunti a quelli antichi? E’ terribilmente vero, madre, che non esiste una perfetta felicità, che nel piacere di ritrovarti assumo ogni giorno la mia dose di dolore. Confronti e paragoni sono micidiali, per entrambi; soffriamo ciascuno a suo modo e terminiamo ogni volta le nostre corse sul medesimo patibolo. Questo ci rende più vicini? Francamente non lo so, ma è proprio questa la forza travolgente del sentimento che mi lega a te, la capacità di mettere in discussione tutto, di aprire prospettive nuove e diverse… di non dare mai nulla per scontato o dovuto. So bene che non ci si arresta subito, me lo hai insegnato nel tempo: qualche anno scivola via per inerzia, qualche altro per distrazione. 
Resta la sorpresa, l’inconfessabile abitudine di considerarsi sempre altro. Sarebbe stato diverso se i nostri giorni avessimo diviso assieme sino allo sfinimento che pare prima o poi tutti ammala? Se quel pomeriggio non mi avessi detto:” Enzo, vieni di là a vestirti.” E a me che ti guardavo incuriosito non avessi spiegato che era il tuo compleanno e che era quindi normale farmi un regalo. Certo non ti chiesi, allora, il significato di quell’apparente contraddizione, non te lo chiesi mai. Uscimmo assieme nella sera nebbiosa di Milano ma ero io a tenerti per mano e avevo solo undici anni. Eri bellissima, tranquilla ed elegante: guardavo le tue gambe e il passo da donna contrapposto al mio da bambino, volavi leggera mentre io respiravo rapido. Il foyer della Scala ci accolse caldo e luccicante mentre io stavo ancora racimolando i miei pensieri sparsi per strada. 
“Voglio presentarti una persona speciale, credo che adesso tu sia pronto” – Poi con una leggera spinta mi invitasti a entrare nella sala; ti guardavo un po’ complice e un po’smarrito. Sorridevi. Nel brusio dei velluti rossi delle poltrone guardavo il grande sipario che chiudeva la mia visuale sul mondo e tu m’invitasti con lo sguardo a non far dondolare le gambe che non coincidevano col pavimento: “Composto, Enzo, stai fermo e composto. Preparati ad ascoltare e capire”. 
Non è vero che i maschi s’innamorano della madre e la cercano poi per tutta la vita nelle altre donne; dopo venti minuti io ero perdutamente innamorato della giovane pianista che tirava fuori dallo strumento l’anima e la spiegazione delle cose…alla fine del concerto compresi che non avrei mai rinunciato alla musica come amante. Chissà se tu avevi previsto anche questa piega della serata: mamma diventai da allora il libertino malinconico che sono oggi, è il regno che tu hai scelto per me e io non posso fare altro che accettarne l’incoronazione, sovrano dell’inutilità, principe di un alito di vento e di un sorriso.

domenica 14 dicembre 2025

UN TRASTULLO PER POCHI INTIMI -

Rispetto la scrittura perchè meno effimera e trasformista della parola e spero che di molte cose scritte nel tempo non si perda il senso e la memoria sia che esse vengano vergate sulla Costituzione di uno stato nascente o sulle pagine di un testo sacro o su quelle virtuali di un blog. Me la tengo stretta questa speranza, essa sta diventando un trastullo per pochi intimi. Io credo che siamo solo nostri, che ciò che condividiamo con un sorriso di piacere resti nostro per sempre. Ci credo fermamente e se racchiudo in un solo fardello questi anni di scritture non c’è niente di cui riesca a vergognarmi, nessuna parola che non vorrei aver detto. Presentarmi degnamente davanti alla mia Signora. Di sera, tutte le sere della mia vita, la chiamo per dirle che quando verrà non avrò nessun timore, le scoprirò il viso e la bacerò sulla bocca, sentirò il suo seno contro di me e sarò libero, finalmente libero…

mercoledì 10 dicembre 2025

L'INTUIZIONE CONCETTUALE -

E' difficile per me spiegare a parole la sensazione che mi accompagna da tantissimi anni, E’ vero soffro di solitudine ma è altrettanto vero che fin dall’adolescenza c’è una parte della mia vita che io non posso che viver da solo. Intellettualmente nella sfera di certe emozioni e di certe riflessioni io sono sempre stato solo, ogni volta che ho tentato di uscire dal guscio mi sono sentito a disagio come se fossi forzato in una veste che non mi apparteneva. 
Anche qui nei blog il distacco tra la mia dimensione intima e l’espressione scritta che ne ho prodotto non mi ha mai del tutto soddisfatto: forse i continui aggiustamenti, gli abbandoni e i ritorni hanno la loro origine dentro la segreta consapevolezza della mia personale solitudine. Ad un certo punto della mia vita ho capito che era inutile produrre tentativi di condivisione, erano sterili e per certi versi controproducenti: ho aperto i blog per provare ad essere diverso e vero, per svelarmi senza finzioni. Non funziona! O almeno funziona solo in parte, poi arrivano come sempre gli equivoci, le risse, le incomprensioni e nel frattempo si perde il tempo prezioso dell’intuizione concettuale, quella che ti fulmina in mezzo secondo e che non riuscirai a comunicare mai a nessuno se non seguendo la stessa via e la medesima intuizione. 
Ho scritto miliardi di righe nella mia vita, milioni da quando frequento il web. Mi pongo il problema di cosa esse siano e dove vadano, mi pongo anche un’infinità di questioni che dalla scrittura partono e alla scrittura ritornano. Devo confessare che abbastanza spesso sono soddisfatto di ciò che scrivo ma capisco che il significato vero è troppo spesso relegato alla mia dimensione intellettuale: nonostante la mia arroganza lo ritengo un difetto. Credo che resterà tale. 
Ho riempito negli anni la rete di miei blog che adesso dormono “spenti” in qualche angolo, posso risvegliarli quando voglio per scherzo, per noia, per diletto o per curiosità, penso che sia affar mio. Ultimamente ho trovato più utile scrivere all’interno dei commenti e i miei scritti “nuovi” si trovano quasi tutti lì; il blog è una strana creatura molto più duttile di quanto si possa pensare, nel contesto personale, che resta intonso se lo vogliamo, si inserisce quello pubblico, croce e delizia di noi tutti, pietra di paragone culturale ostica e micidiale in certi suoi risvolti. Sarà su quel terreno che si giocherà la vera partita di un blog, nel guardarsi in faccia, migliorare la forma del nostro pensiero e la sua espressività, confrontarla con gli altri, accettarne la diversità e difendere la dignità del nostro sentire. In questo, specificatamente, io mostro spesso la corda e lo scrivo. Qui scrivo anche delle mie sconfitte anzi a ben guardare sono esse le vere protagoniste di questo blog; la non riuscita, i tentativi a metà e, infine, la grande malinconia dei sogni solo sfiorati ma mai stretti tra le mani. In certi casi ho pensato, prima di mettermi alla tastiera, di provare a fingermi un’altra esistenza e altre dinamiche: chi potrebbe mai sapere veramente di me? La rete è piena di falsi narrativi e intellettuali, di castelli incantati pronti a crollare al primo alito di concretezza vitale. Ma non ci riesco, scrivo della mia mediocrità immaginando l’assoluto: se non potessi farlo più sarei privato di uno dei pochi sfoghi esistenziali che mi sono rimasti. Tutti post che ho scritto negli anni parlano di questo, sono io, credo che voi mi leggiate per questo.

giovedì 4 dicembre 2025

SNOB -

Mi dispiace e non voglio negarlo: non è un dispiacere da poco e non fa chiasso. Non è nemmeno legato in particolare alle stupide parole che ogni tanto qualcuno mi indirizza (la moderazione serve all’uopo). Il mio è un dispiacere assolutamente snobistico, squisitamente intellettuale. Il sartiame delle mie vele si sta lentamente consumando, credo che prima però si strapperanno le tele…il naufragio avverrà dopo. Avrei voluto vedere altro, guardare un orizzonte diverso: sinceramente ho creduto fino a poco tempo fa che i questo paese ci fossero energie più fresche e meno inquinate, mi piaceva avviarmi nella seconda parte della mia vita scrutando qua e là i riflessi di una crescita civile diffusa. In fondo per un adulto abbondantemente proteso verso la senilità un blog è un gioco aperto a varie opzioni: per certi versi e immodestamente pensavo di essere ancora utile. Sul web ci sono una marea di ignoranti, ci sono anche molte persone dotate di buona cultura ma prive del più piccolo briciolo di educazione: la classe lasciamola perdere, quella anche solo nominarla oggi mette imbarazzo. Eppure l’educazione, la misura ed un certo tratto che quelli che hanno almeno la mia età hanno incontrato talvolta, sono ingredienti fondamentali per la cultura come l’intendo io. Non m’importa nulla di fare un discorso che per certuni può sembrare sussiegoso, il mio è un atteggiamento volontario. Esistono super io scolpiti nel granito, di facile identificazione e di impossibile mercificazione: credo che debbano essere rivalutati! Non è poi male in fondo porsi nettamente in questo mondo di mediocri che resterebbero anonimi anche proclamando a gran voce le proprie generalità; lasciamo quindi che le morali lasche sguazzino più in basso, che si travestano in giacca e cravatta o con tailleur di lusso…l’eleganza e il portamento sono altra cosa. 
Spiegarlo è inutile. Non chiedo adulazioni, il carattere secco non mi lascia il tempo e l’uzzo di cercare consensi: amo le donne e gli uomini che non si fanno declinare ma declinano, sul contenuto del nostro discutere affronto qualsiasi tema senza buonismi e gigionerie e non mi contento di poco. Sono antipatico e distaccato da sempre, il blog era finora l’unico luogo in cui mi lasciassi andare, l’unica frivolezza che potessi accettare sul mio smoking da sera. Da quando ho capito che esistono ancora esseri che invocano l’eugenetica anagrafica vorrei essere ancora più vecchio e spinoso. Mi sto attrezzando.

mercoledì 26 novembre 2025

NON E' VERO -

Non è vero che mi faccio capire e, allo stesso modo, ciò che scrivo non mi rappresenta quanto io vorrei. Il blog è comunque il confine più vicino ai territori del mio spirito, da lì in poi devi inventarti pioniere. Tutta la mia vita, quella che conta, l’ho trascorsa in un confronto impietoso tra i miei sogni, i miei impulsi e il mondo che m’era toccato di vivere; dopo i 16 anni sono saltato su così tanti campi minati che oggi dovrei essere solo uno storpio, un povero corpo mutilato da ferite non più ricomponibili. 
La libertà, la democrazia, l’amore e la rappresentanza, la società e perfino la storia, tutto questo enorme e composito fardello di idee non sono mai entrate dentro di me in modo naturale e piano: ogni anelito è stato sempre filtrato dalla cultura della mia generazione e dalla musica che ne era la più diretta emanazione. E ciò non l’ho mai compiutamente digerito! Non c’è un concetto più avversato da quelli che nel ’68 avevano 16-18 anni di quello di un tutor, dello stronzo di turno che ti dice cosa e come. E non c’è stata una generazione che, invece, ne avrebbe avuto più bisogno, seduta al limitare fra mondi completamente diversi, divisi da spaccature micidiali, lontani per sempre su tutto. Io non amavo, bevevo letteralmente i testi e il suono delle chitarre dei gruppi rock che stavano “devastando” il panorama musicale di quegli anni: lì c’era ciò che volevo o credevo di volere o, meglio, ciò che qualcuno mi aveva fatto credere io volessi. Altri tutor insomma ma più subdoli perché immensamente amati. 
Questa è la storia della mia vita: guardare la luna indicata dal dito…e prendere sempre una sberla come se fossi ugualmente un’idiota. Pare che non sia possibile vivere, pensare, amare senza l’ausilio indispensabile di una qualche droga, di un aiuto sintetico che ti apra la mente su orizzonti nuovi e validi. Pare che non sia attuabile alcun valido intervento sulla realtà umana e sociale senza scannare qualcuno o sacrificarlo sull’altare di interessi più alti e nobili. Annuivamo nel ’70, continuiamo a farlo oggi. Io sono un uomo sfinito dalla schizofrenia di un’esistenza accompagnata da gente che artisticamente amavo e politicamente e ideologicamente invece non digerivo. So perfettamente che non ricucirò lo scollamento, non certo in questa vita e il senso d’impotenza mi sta uccidendo lentamente e poi sono solo, giustamente e lucidamente solo. C’è una luce particolare oggi sullo Ionio, un filtro di perla per ammorbidire gli spigoli dei miei umori confusi. Anche ora la musica di uno degli artisti che ho amato di più mi porterà fuori dalle secche di questa sera infinita, sarà il dito che ti indicherà la mia luna, ti dirà le parole che io non so pronunciare e avrò la speranza che l’amore in assoluto ricomponga il dissidio di sempre e che scriverlo non sia stato inutile. De Andrè ha già iniziato a raccontare del chimico che conosceva la legge che permetteva agli elementi di convivere senza scoppiare e ancora una volta chinerò la testa per ringraziarlo d’avermi fatto guardare oltre.

giovedì 20 novembre 2025

LYRICAE -

Ungaretti a quattordici anni, quasi di nascosto chissà poi perchè. Ma dirlo ai ragazzi del pallone non era proprio il caso, io avevo una grande biblioteca a casa loro no e in più ero siciliano, dir loro di Ungaretti sarebbe stata l'occasione per alimentare un rancore subdolo che io non avrei saputo gestire. Negli anni a venire ci furono poi Pessoa, Emily Dickinson, Garcia Lorca, Neruda; attorno ai sedici diciassette anni causa innamoramento e società spuntarono Wystan Auden e Edgard Lee Master (complice un De Andrè favoloso). Non ha nessuna importanza dire qui di tutti gli altri ma ci sono stati e ci sono, forti e immanenti, la poesia mi ha trasfigurato l'anima e ancora oggi se leggo Montale o Sylvia Plath vado in luoghi di cui non ho mai scritto. Vorrei farlo, vorrei tanto che fosse questa la mia ultima fatica, il mio cerchio chiuso. Scrivere di poesie, riproporle e raccontare i loro autori perchè dicendo di loro finalmente parlerei di me in modo nuovo e più adeguato alla mia essenza. Vedete? Omologazione è qui, terminata e placida, per certi versi lontana e definita. Qui dovrei avere la forza di pubblicare i prossimi dieci anni di rete ma a modo mio. E' un compito immane

sabato 15 novembre 2025

LIQUIDA -

Piove ininterrottamente da ieri. Col viso poggiato sui vetri della finestra disegno fiati e gocciole che pian piano scivolano giù. Non ho stagioni preferite in assoluto, piuttosto mi piace il loro alternarsi, il loro correre e trascorrere le une nelle altre. Come la mia vita e le vostre che sento frusciare dietro i separè degli indirizzi informatici. No, non è tristezza, sono solo acquattato sul battito del mio cuore. Più tardi mi innamorerò di un’altra donna fingendo di non riconoscerla poiché è sempre la stessa. Le dirò: " Sono qui, dai un senso alle cose che vedo, fa uscire la musica dai miei simulacri incantati ad immaginarti. Amami per nulla, per tutto, adesso così senza rendez vous, amami perché hai capito…o fingi con un sorriso che io sia ancora il ragazzo dai capelli rossi e gli occhi chiari che avresti potuto amare". Attendo una risposta da una vita ma mi giungono solo frasi a metà, difficili da interpretare, più adatte a un malinconico ripiego che ad una scintillante avventura. Piove, meravigliosamente piove, l'acqua detta un ritmo diverso al mio tempo, lascia dentro di me pozze piene di riflessi tremolanti: vi sbircio dentro e l'uomo che sono ritorna bambino con dei contorni imprecisi e molti sogni ancora da afferrare. Prima del grande secco dell'anima.

domenica 9 novembre 2025

Un bellissimo novembre

Arriverà tra poco nuovamente da queste parti un bellissimo novembre: sembrerà nuovo e pieno di promesse. La sensualità della terra e del mare, la luce di sbieco dei pomeriggi lasciati a cullarsi in attesa di possibili percorsi erotici, si sommerà alla inevitabile bugia degli anni. I belli e le belle nascosti nell'ovale di una fotografia riusciranno a rendere la ragione di una vita trascorsa a inseguire un sogno?

martedì 4 novembre 2025

UNA SERA DI NOVEMBRE -

Quella sera del 1972, in quel novembre pieno di freddo e di smog, io feci la mia scelta, il fatto segnò per me la vera fine di un’epoca e di un sogno, mi diede il senso reale della sconfitta e della necessità di superarla, mi fece crescere e invecchiare…non fu granchè positivo ma fu. Una parte di me non voleva credere alla realtà di un ragazzo che non riusciva a stare con eleganza dentro certi schemi, e si affannava a dire e a scrivere in modo non supino e scontato. Di tutto questo non basta averne il sentore, non è bastato mai; è necessario che passi abbastanza tempo per definirti sciocco e inevitabilmente invecchiato, un’accoppiata comune e terribile. Il mio intervento in assemblea fu breve e feroce, cadde in un silenzio via via più teso e ostile: anche gli occhi di Ornella si conformarono al clima presente in aula. E, man mano che i minuti scorrevano io ero sempre più lontano da quell’esperienza e da quella città. Da lì in poi i giorni se ne andarono in fretta come un trasloco non più procrastinabile. Ridiscendere la penisola con un obiettivo diverso da quello del turista di lungo corso fu la nuova affascinante avventura che mi si parava davanti: un nuovo mondo e altre possibilità esistenziali, soprattutto l’occasione di non ripetere gli errori già fatti e non ripercorrere sentieri senza sbocco. Un’altra grande illusione con cui nutrire la mente: vi sono dentro tuttora. Non esistono vere novità oltre il limite temporale dell’adolescenza, esistono soltanto versioni rivedute e corrette di affermazioni sbilenche che non riescono più a trovare un senso e lo cercano convulsamente…sino allo sfinimento. Il sud e i suoi magici cieli erano già dentro di me, lo erano dalla mia infanzia, ho continuato in fondo la ricerca che mi competeva e l’ho fatto in un’isola. Il mare ha cullato i miei sogni di ragazzo, li ha fatti crescere e mi ha insegnato a guardarli con feroce tenerezza. L’uomo che scrive stasera a margine di un ennesimo nuovo anno non è così diverso dal bambino che uscì secoli fa da una scuola milanese, ha soltanto meno illusioni. Un’altra cosa importante ho imparato ritornando alle mie autentiche radici: ho imparato a guardare il mio tempo da prospettive diverse e a sentire il mio spirito come una persona vera. E’ qui che ho compreso cosa significhi la relatività delle cose. Ad essa ho demandato, purificandoli, i miei atteggiamenti meno seri. La politica, le ideologie, le passioni, le vittorie e le sconfitte, tutto quell’insieme di cose con cui pretendiamo di riempire i nostri giorni, prima allineate in ordine sparso sistemate poi sugli scaffali di una misura diversa e più antica, cambiano colore e importanza. Dovreste vederle mentre mentre pian piano scoloriscono fuori dalle feste di una nobiltà accessoria e vengono ridimensionate davanti al tribunale di un’aristocrazia che è culturale e mentale assieme. Il sud che vivo io è questo signori: quello che viene disprezzato e annichilito ogni giorno per un partito preso che guarda ad altri più miseri obiettivi. In questo sud si scrive e si pensa ad un mondo e ad un’Italia diversa, quella che avendo perso l’ultima occasione svanirà del tutto durante le celebrazioni del suo 150 mo anniversario. Ma il sud, la mia terra è ancora libertà perché guarda il mare e il mare è spazio, apertura e immaginazione: oltre un certo limite finisce il binario delle conversazioni precostruite ed inizia il tempo di una conoscenza diversa che usa gli schemi ma non si fa usare da essi. Mi viene facile e scontato dire che non sono stato compreso, è quasi ridicolo, ma questo mezzo di comunicazione, lo ripeto, si sta autodistruggendo per un fatto semplicissimo, lasciate che sia un siciliano a dirlo, per mancanza di cultura tout court, per aver preferito la semplice e veloce strada delle ricette prefabbricate e delle minchiate ad uso e consumo delle ideologie ( del sesso o della politica non ha importanza) delle piccole mediocri beghe tra blogger al confronto vero tra teste ed esperienze. Sinceramente mi pare incredibile che debba essere un siciliano del secolo scorso, cresciuto a educazione, misura e giacca e cravatta a ridicolizzare l’incredibile e volgare “galateo da rete” che di fatto si è impossessato della maggior parte di noi.

martedì 28 ottobre 2025

ADDIO SARA

Sara il nulla ci assedia
Intimorisce i contorni del ricordo
Contesta il silenzio che solo potrebbe
conservarci.
Ma volte l’assoluto ha un peso
scrissi.
E tu eri già lì
da sempre assieme all’inspiegabile
malinconia cui il vivere così
ci condanna.
Sull’orlo di un diverso destino
era il segno di uno sguardo
che adesso qui si assiepa assieme
alle parole indistinte.
Cercarti non giova.
Sorprendermi restituisce il giusto peso
alle stelle e ai pensieri ogni giorno più
distanti.

mercoledì 22 ottobre 2025

UN VIZIO ANTICO -

Non mi consolo, non ne ho voglia, anzi non ho voglie, non quelle comunemente definite come tali. Ho sogni, sogni bellissimi e vasti come il mare, talmente perfetti da lasciarti sbigottito. In fondo vivo di sorprese: stare sul web è una di queste, constatarne i limiti un’altra, rendersi conto che la volgarità è da ogni parte intorno a noi, e che ogni giorno, inevitabilmente, soffochiamo nell’imbecillità diventa infine l’inevitabile conclusione. Io faccio parte di questa comune sconfitta, che la dichiari in buon italiano e serenamente non ne cambia i connotati, mi rende solo più ridicolo. Capisco ora veramente i termini di un “certo” problema, adesso gli insulti e le critiche mi suonano comprensibili; raccontano il disagio di chi non vuole arrendersi all’esercizio di una superficialità di comodo e pretende una comprensione che si rifiuta di concedere agli altri. Battere queste righe è un vizio antico da cui non so liberarmi. Lo farò per te qui perchè l’armonia risponde a se stessa in un silenzio perfetto. La querula dimensione del commento e del rimando ad esso perpetua un rituale che rende risibile anche un’intuizione corretta, soltanto uno spirito elevato può arrischiarsi a tentarlo: nascere è umano, perseverare è diabolico. Pare che io lo sia diventato ma l’eternità esiste e non è poi così sicuro che essa sia una liberazione o un fatto positivo; spesso appare ai miei occhi come un ripetersi ironico dei medesimi atteggiamenti mentali. E’ a quel punto che bisogna fare un ultimo sforzo e morire: morire ogni giorno alla consuetudine per rinascere alla novità della verità vera. Comunicare un emozione o l’idea di essa fa parte dello stesso concetto, diventa così facile comprendere come chiunque può appropriarsi di queste righe, fagocitarle e farle anche proprie se vuole. L’orgoglio e la tasca eventualmente ne soffriranno, la mente e l’anima da cui son nate non subiranno alcun danno per questo anzi ne godranno per una sorta di narcisistica partenogenesi. I cieli blu cobalto sono eterni dentro di me: ne ho scritto sperando che almeno parte della loro musica giungesse a voi.

venerdì 17 ottobre 2025

IL DITO E LA LUNA -

Mi guardava di sottecchi, curiosa 
- Che fai con quel quaderno? - Scrivo al mio amico mamma - Ah…perché non gli parli? 
- Perché mi distraggo…si distrae - Sciocchezze (ma non ne era convinta), parlagli invece di passare ore intere chino su quel foglio. Parlagli Enzo, guardalo negli occhi mentre lo fai, vedi come muove le labbra...guardalo mentre vive, non restare chiuso dentro le parole che scrivi. Parlagli. 
Era Milano ed era il 1962 . Chiusi il quaderno ma ero convinto che scrivendo mi avrebbe capito e ascoltato, viceversa tutto sarebbe passato via in poco tempo. Avevo due desideri a dieci anni abbracciare il mondo e raccontarlo agli altri, le altre vennero subito dopo. Desideri che col tempo acquistarono il contorno di utopie da inseguire per una vita o abbandonare ad un più prosaico destino. Il desiderio occhieggia ancora di tanto in tanto fra le trame di una vita "trascorsa in un confronto impietoso tra l’utopia, gli impulsi e questo mondo che mi è toccato in sorte. La libertà, l’arte, la democrazia e la rappresentanza, la Storia e persino l’amore, tutto questo immenso e composito fardello di idee mi hanno da sempre attraversato in modo rivoluzionario, filtrato dalla cultura della mia maledetta generazione in bilico tra presente e passato. Autocit". Questo era invece Palermo 1992. 
Capire e farsi capire, scrivere infine credendo di comunicare meglio, aspettandosi un segnale dagli altri mondi: una linea diretta senza intermediari, senza tutor, avendone sulle spalle secoli, con ragioni piane e intuitive, fautrici di nuovi passaggi attraverso il confine dei nostri personali recinti. Non parlai a quel bambino allora, gli scrissi ma conosceva poco l’italiano, meno di me. Non credo lesse il foglio che gli passai sotto il banco. Non è vero che mi faccio capire ma la scrittura ovunque io l’abbia posata rappresenta ancora il luogo più vicino ai territori del mio spirito. Ma non basta, non basterà mai almeno per me: tra l'intuizione scritta nella mia mente e la sua apparenza sul foglio c'è chi legge! Tra il mio mondo e il suo messaggio esterno c'è il vostro. Non collimano mai. Gli equivoci legati a indole, culture ed esperienze diverse sono muraglie insuperabili. Ho creduto per un breve e felicissimo tempo che l'espressione scritta in rete fosse comunicazione in tempo reale, liberazione e dono. Tutto si è schiantato sulla moderazione dei commenti! 
Questa notte il vecchio sogno sembra ancora vivo, risuona come in quelle ore sulla punta del faro trascorse a lanciare il cuore oltre l'orizzonte. "C’è una splendida notte oggi sullo Ionio, un filtro di perla ad ammorbidire gli spigoli di un’esistenza: c’è la musica di De Andrè, sarà quella a portarmi fuori dalle secche di una notte infinita, sarà il pioniere, il dito che ti indicherà la mia luna, ti dirà le parole che io non so pronunciare e avrò la speranza che l’amore in assoluto ricomponga il dissidio di sempre e che scriverlo non sia stato inutile .Autoocit" 
Questa era Siracusa 2012. Autocitazioni, dubbi, speranze, vittorie e sconfitte... Scrittura. Adesso non c'è più tempo. Resta la lettura.

sabato 11 ottobre 2025

CANTI BAROCCHI -

La grande villa era già sparita da più di ventanni. Le bombe made in USA avevano artigliato anche la zona residenziale di viale della Libertà ma gli inquilini se ne erano andati da molto tempo. La contessa Teresa Mastrogiovanni Tasca Filangieri di Cutò non avrebbe potuto vivere con la dignità che le competeva in quella Palermo del primo novecento dopo essere stata abbandonata dal marito Giuseppe per una giovane e procace ballerina; lui era fuggito a Sanremo ma la contessa era rimasta a illanguidire tra i ricordi e le angustie di una società in cui lo sfacelo iniziato con l'unità d'Italia e la fine dei Borboni rendeva sempre più lontana la luce che era stata dei Gattopardi di un tempo. 
Aveva più volte confidato alla sorella Beatrice che per lei gli spazi vitali diventavano sempre più angusti e che non intendeva crescere i tre figli in quella condizione. Beatrice le ricordava che per gente come loro (era la madre dello scrittore Tomasi principe di Lampedusa) la città, per quanto degradata, restava pur sempre l'unico luogo in cui abitare...a meno che non ci fosse l'alternativa anche economica di migrare in altri luoghi dell'Europa che contava. I tre figli erano una cerchia protettiva, un patrimonio, l'unico, che esulava da tutto il resto. Lucio era il minore, timido e introverso coltivava già da allora molti interessi letterari e musicali: le sue pagelle al liceo Garibaldi parlavano chiaro, i voti altissimi (molto rari a quei tempi) in greco e latino erano testimonianza di un intelletto avido di conoscenza e lucido nella sua capacità espressiva. Ma era il carattere a limitarne gli effetti e forse anche una certa sudditanza psicologica verso la madre, sudditanza terminata solo con la morte di lei. L'ambiente sociale della nobiltà palermitana di quegli anni era ridotto come numero ma elevato nei suoi interessi, Il circolo Bellini possedeva un tenore culturale di grande spessore e l'adolescente Lucio vi era già conosciuto come "il musicista filosofo". Il circolo aveva tra i suoi frequentatori anche Tomasi che spesso si divertiva a prendere in giro il cugino che certamente era un pedantissimo e ricercatissimo compositore e il Tomasi amava schernirlo con la frase " mio cugino compone una biscroma al giorno". In Sicilia l'elitarismo si pasce dell'apparente mediocrità umana circostante, ma è un'illusione fascinosa, la letteratura dei siciliani è sempre stata europea perchè "europee" e vaste sono sempre state le loro biblioteche. Ma niente potrà mai spiegare la cifra esistenziale della famiglia Piccolo che agli inizi degli anni 30 decise di "sparire" dal mondo cittadino e esiliarsi nella villa di campagna di Capo D'Orlando. Lucio a quell'epoca aveva 31 anni. Se esiste uno stereotipo sulla Sicilia quello gattopardesco è senza dubbio il più "nobile" e ricercato, è anche il più sciocco e inadeguato; la Sicilia colta e profonda è sempre vissuta lontano dai salotti e dalle ricercatezze formali. Tomasi, cugino di Lucio, ebbe una gran fama postuma per il romanzo che incastonava in un diadema perfetto la vita e l'amore, la storia e la politica, il fisico e il metafisico, una gloria inutile per l'autore e giunta in ritardo. Molte delle pagine del Gattopardo, furono riviste e completate a Villa Piccolo, si vociferò a lungo di alcuni asprezze tra i due cugini nate da contese letterarie. Il romanzo di Lampedusa nasceva al sole infuocato e assorto di un meridione antico, la poetica di Lucio Piccolo invece viveva nella penombra di una sera incipiente o di un'alba sospesa. Lucio è ancora un poeta clandestino, le sue opere viaggiano tra le mani di pochi, la sua scrittura è lontana anni luce dalle frodi editoriali e commerciali. Che importa? Gli anni dell'adolescenza e della gioventù a immergersi nel grande fiume della cultura e letteratura europea, un istinto precoce e onnivoro verso l'espressione letteraria. Poi il silenzio...la natura come unica interlocutrice e il grande abbraccio della solitudine. Ancora una volta mi rendo conto di quanto io sia inappropriato a svolgere recensioni letterarie in senso stretto, quanto sia incapace a sovrapporre la mia voce a quella di un altro: 
«I giorni della luce fragile, i giorni / che restarono presi ad uno scrollo / fresco di rami… / oh non li ri­chiamare, non li muovere, / anche il soffio più timido è violenza / che li frastorna… ». 
“La casa era quieta, il resto del mondo lontanissimo. Fu così che mi resi conto come per villa Piccolo passasse un meridiano come a Greenwich il meridiano della solitudine “. Ebbe a scrivere qualcuno sul mondo della villa. 
" Se noi siamo figure di specchio che un soffio conduce senza spessore né suono pure il mondo dintorno non è fermo ma scorrente parete dipinta, ingannevole gioco, equivoco d’ombre e barbagli, di forme che chiamano e negano un senso – simile all’interno schermo, al turbinio che ci prende se gli occhi chiudiamo, perenne vorticare in frantumi veloci, riflessi, barlumi di vita o di sogno – e noi trascorriamo inerti spoglie d’attimo in attimo, di flutto in flutto senza che ci fermi il giorno che sale o la luce che squadra le cose". Da Gioco a nascondere. 
Infine andare a Villa Piccolo, da soli e senza altri interlocutori che non la propria coscienza e sensibilità, andarvi e rileggere «Così prendi il cammino del monte: quando non / sia giornata che tiri tramontana ai naviganti, / ma dall’opposta banda dove i monti s’oscurano in gola / e sono venendo il tempo le pasque di granato e d’argento…». Da Plumelia. 
Poichè il Sud sta stretto dentro i normali abiti letterari e la cifra interpretativa può nascere solo dalla comprensione intima della sua terra.

lunedì 6 ottobre 2025

MIMMO PENSO CHE UN SOGNO COSI' -

La personalità sociale e civile del sindaco di Riace ha almeno due aspetti contrapposti: il primo è quello dell'idealista convinto, colui che con un volo d'ali passa oltre le pastoie, le leggi, le competenze tipiche della legislazione italiana e dà voce alla umana solidarietà contro tutto e tutti. Il secondo è quello che vien fuori da un anno di intercettazioni di polizia e guardia di Finanza. Un uomo interessato al commercio e ai soldi, disposto a qualsiasi illegalità amministrativa pur di raggiungere il suo scopo, permettere cioè con maggiore facilità l'ingresso e lo stabilirsi di clandestini sul suolo italiano. Anche i termini e il vocabolario usato nelle intercettazioni, le sue valutazioni su donne uomini e situazioni appare totalmente diverso dall'aulica lettera consegnata alla stampa dopo la sua messa in stato di accusa. Mimmo Lucano sindaco del comune calabrese di Riace di questa specie di Repubblica italiana ad interim ha compiuto vari reati e fino a prova contraria l'immigrazione in uno stato in condizioni di clandestinità è un reato. Lo è ovunque e da sempre. Non vedo cosa vi sia da controbattere a meno che non si voglia affrontare il problema da quell'ottica che per anni ha permesso capovolgendo leggi, logica e valori, di raggiungere la attuale situazione: quasi Ottocentomila clandestini sul territorio nazionale, quasi tutti anonimi e senza mezzi di sostentamento. In un contesto di questo tipo Lucano evidentemente può salire sugli altari come novello Messia in un paese di pagani, peccato che sia capitato in un momento storico che soffia in direzione contraria alla sua ideologia altrimenti il suo esempio di "sindaco a modo mio" avrebbe fatto proseliti e il nostro paese, il sud in particolare, sarebbe diventato ancora più simile a certi territori mediorientali o subtropicali cui già somiglia in modo preoccupante. 
Quando il reato viene compiuto da chi è preposto al rispetto delle leggi esso è ancora più grave, vale per Lucano come per i carabinieri che hanno finito a botte Cucchi dopo il suo arresto. Vale per tutti e non può certo essere una lettera-proclama pubblicata dalla stampa amica o da una blogger sorella in ideologia a capovolgere il diritto. Il post che vi invito a leggere è un capolavoro di retorica concettuale e sintattica; la sintassi è copiata pari pari dalle centinaia di testi apparsi in questi mesi su stampa, social e affini ""Verrà un giorno in cui ci sarà più rispetto dei diritti umani, più pace che guerre, più uguaglianza, più libertà che barbarie. Dove non ci saranno più persone che viaggiano in business class ed altre ammassate come merci umane provenienti da porti coloniali con le mani aggrappate alle onde nei mari dell’odio"  Oggi, in questo luogo di frontiera, in questo piccolo paese del Sud italiano, terra di sofferenza, speranza e resistenza, vivremo un giorno che sarà destinato a passare alla storia" "Il cielo attraversato da tante nuvole scure, gli stessi colori, la stessa onda nera che attraversa i cieli d’Europa, che non fanno più intravedere gli orizzonti indescrivibili di vette e di abissi, di terre, di dolori e di croci, di crudeltà di nuove barbarie fasciste" E' evidente che si tratti di una scrittura posticcia, un modo più elegante e letterario di trascrivere slogan radical chic sperando di farli diventare patrimonio comune di chiunque legga perchè questa lettera non è una difesa ma un manifesto elettorale in perfetto stile solidale marxista stilato col principio che la miglior difesa è l'attacco. Lucano non nega le sue responsabilità da pubblico ufficiale, le esalta, ne fa criterio ammirabile chiede l'applauso e l'abbraccio... siamo tutti più buoni e in lacrime dopo averlo ascoltato. "Qui, in quell’orizzonte, i popoli ci sono. E con le loro sofferenze, lotte e conquiste. Tra le piccole grandi cose del quotidiano, i fatti si intersecano con gli avvenimenti politici, i cruciali problemi di sempre alle rinnovate minacce di espulsione, agli attentati, alla morte e alla repressione. La storia siamo noi. Con le nostre scelte, le nostre convinzioni, i nostri errori, i nostri ideali, le nostre speranze di giustizia che nessuno potrà mai sopprimere. Verrà un giorno in cui ci sarà più rispetto dei diritti umani, più pace che guerre, più uguaglianza, più libertà che barbarie. Dove non ci saranno più persone che viaggiano in business class ed altre ammassate come merci umane provenienti da porti coloniali con le mani aggrappate alle onde nei mari dell’odio." 
C'è persino il richiamo al buon De Gregori e alla musica cantautorale italiana di gran livello che da 60 anni in qua in Italia è sempre stata a sinistra o a sinistra della sinistra. La musica eleva (la canzone di De Gregori è veramente bella) placa, accomuna. La musica anche lei si prostituisce a concetti che non le sono propri in questo caso ma tantè... Poi la lettera si avvia alla conclusione tra bagliori di luce eterna che tagliano la scena donandole quel tanto di epico che mancava, al suo interno sulla scena si erge lui, l'eroe che non vuole essere chiamato tale, l'uomo che cade in piedi perchè alla fine bandiera rossa trionferà "Vi porterò per tanto tempo nel cuore. Non dobbiamo tirarci indietro, se siamo uniti e restiamo umani, potremo accarezzare il sogno dell’utopia sociale. Vi auguro di avere il coraggio di restare soli e l’ardimento di restare insieme, sotto gli stessi ideali. Di poter essere disubbidienti ogni qual volta si ricevono ordini che umiliano la nostra coscienza. Di meritare che ci chiamino ribelli, come quelli che si rifiutano di dimenticare nei tempi delle amnesie obbligatorie" 
Sono sincero questa lettera sembra il post di uno dei tanti blogger che oggi si sono accomodati in una tendenza che non è solo sociale e storica ( anche se di storia costoro nulla sanno) ma anche letteraria tra virgolette, con una terminologia, un ritmo e una concettualità che rende questo testo la fotocopia di molti altri ovunque in rete. Io dico le cose che penso e come le penso: non è vero che la sintassi non conti, conta molto e se sai scrivere idee sbagliate nel modo giusto entrano meglio e non hanno quel sapore di deja vu insopportabile che aleggia nel testo di Mimmo Lucano. La lettera fa pena. Nell’articolo comparso sulla stampa vi sono poi due foto: una risale al periodo prebellico (anni 20 -30) l'altra ai primi anni 60 quelli del miracolo economico (la stazione centrale di Milano la conosco a memoria). Le foto mi danno lo spunto per confutare una menzogna colossale che viene da tempo propugnata da tutti coloro che la pensano come Lucano. La bugia è che questi migranti siano la riedizione etnica delle migrazioni primo novecento degli italiani. NON E' VERO! I nostri migranti erano tutti in possesso di una identità precisa nero su bianco; partivano per continenti enormi e in gran parte vuoti (vedi Argentina) in cui il lavoro era a portato di mano e esteso a qualsiasi categoria (anche se molti diventarono braccianti e contadini). In molti casi prima di essere ammessi ai nuovi stati ospitanti furono lasciati in quarantena per lunghi periodi (Ellis Island a New York per es.) e mai si videro invasioni incontrollate e senza alcun senso nè storico nè civico - organizzativo come quelle di questi ultimi 10 anni. I nostri emigranti lavoravano!!! Produssero ricchezza nei paesi di arrivo, soffrirono ma si integrarono anche ai massimi livelli, non furono tutte rose e fiori, io non dimentico la questione della mafia italo americana et similia ma equiparare le ondate migratorie di mediorientali e africani, la palese strategia affaristica che c'è alla base delle ONG (simile in tutto e per tutto alle navi negriere del XVIII secolo) è da sciagurati o peggio. Le migrazioni degli italiani furono una cosa, anche nei primi anni 50-60, quelle di oggi tutt'altra. Dobbiamo finirla di raccontare frottole ad uso e consumo di elitari utopisti dalla lingua melensa ma furba. Lucano dice cose che hanno un senso contrario a quello che lui ha fatto. Imparate a ragionare, studiate prima di commentare, non cercate sempre l'alibi del fascismo per scrivere sciocchezze in quantità industriale. Non fate di nani giganti dai piedi di argilla.

mercoledì 1 ottobre 2025

DAS KAPITAL E L'ORTOGRAFIA -

All’età di 18 anni non avevo alcun dubbio: era il Capitale di Marx la vera strada e la vera novità in campo economico e sociale. Tra i due estremi liberalismo e marxismo avevo chiaramente scelto il secondo; a quell’età non ci sono mai mezze misure e anche ora è lo stesso. Tutto il territorio intermedio era territorio di conquista, inutile e vuoto, un terreno vastissimo e deserto da mettere a frutto con un’opera ferma di convincimento e, se necessario, di un buon numero di bastonate. Semplice, lineare, doloroso sempre. Ma noi eravamo eroi, vittime che si ribellavano a tutto e a tutti: non c’era tempo per analisi approfondite (soprattutto se potevano evidenziare qualche pecca o crepa nei nostri convincimenti). Quindi erano i soldi, l’economia a far girare il mondo, l’uomo era mosso esclusivamente dal denaro anche quando era convinto di possedere altri stimoli. Il vecchio professore di italiano e storia tentava di raccontarci di re e dinastie, guerre e confini superati o interrotti: io al massimo ma in segreto potevo pensare a qualche figura femminile alla Elena di Troia per intenderci. In realtà la mia generazione era certa che si trattasse solo di palesi menzogne: si combatteva e si moriva per denaro o per le sue fonti. Anche gli ideali più alti e ampi si reggevano su quel presupposto, se volevi cambiare il mondo, se volevi liberare l’uomo dovevi agire sulle leve economiche delle società. Non avevo nessun motivo reale per pensarla diversamente ma avevo un grosso difetto, leggevo Dostoevskij “Io sono un sognatore, e ho vissuto talmente poco la vita reale che non posso ripetere nei sogni dei momenti come questi. Voi sarete nei miei sogni, per tutta la notte, tutta la settimana, tutto l’anno” Dostoevskij - Le notti bianche) ...e lì il denaro contava meno! A ventanni la mia fede marxista aveva subito un duro colpo proprio nell’ambiente che frequentavo: c’entrava una ragazza (c’entrano sempre) e la sua vagina ideologicamente avanzata; da quella ero poi passato ad una revisione critica delle posizioni politiche del movimento. Insomma non ero più un fervente e cieco compagno ma quella prima idea sul Capitale di Marx era ancora profondamente valida per me: i soldi c’entrano sempre… le donne pure. E’ impossibile spiegare seriamente dove va a spiaggiarsi la mente e la fede di un uomo come me, ci sono troppe rotte e nessuna di esse domina le altre per un tempo sufficientemente lungo. Probabilmente una parte di colpa l’aveva avuta Dylan “Una poesia è una persona nuda.” perché io con la poesia non ho scherzato mai, ma c’erano pesanti responsabilità anche nella cultura in senso lato: già allora credevo alla mancanza di veri confini per la mente e il sapere. Nelle assemblee di allora come nei blog di oggi ho sempre pensato che tutti i campi dello scibile umano siano degni e importanti, dalla teologia alla fisica, dalla matematica alla giurisprudenza, dalla storia alla sociologia ma al fondo di tutto restiamo esseri umani, schifosissimi e bellissimi esseri umani. Non scriviamo solo perché ci piace o ci conviene, non lottiamo solo perché ci ha convinto qualcuno/a, non agiamo sempre e comunque secondo l’assioma stampato nel 1867, ci hanno ingannato anche in quel caso, c’è dell’altro. C’è la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore e il senso di vuoto davanti ad una ragazza nuda e fremente, le cose che ci tengono in vita sono queste. Più nascoste, apparentemente più banali e scontate, ma che lavorano continuamente su un piano che non troveremo mai né su un testo di Bentham né su uno di Engels. Sono trascorsi tanti anni e l’unica cosa che riesco a organizzare nella mia mente è la rivincita della poesia umana sul falso lirismo dei conti e delle cifre; questa dicotomia esiste è innegabile quanto l’opera di lavaggio mentale effettuata sui nostri convincimenti. Ci sarà sempre un mercato più esteso del nostro mercatino rionale che detterà i prezzi e le scelte economiche al nostro posto: mandarlo a quel paese è un atto politico o di poesia? Pretendere di organizzare la nostra convivenza secondo i dettati contrari all’attuale macelleria sociale è gesto politico oppure etico? Fregarsene delle necessità dei mercati globali e tornare alle nostre dimensioni vere è la vera rivoluzione: se una cosa ho imparato in quegli anni lontani e su quei libroni ammuffiti è che non c’è nulla che si muove se non spinto dall’idea che non siamo fatti solo di numeri e etichette ma impastati da un’ortografia artigianale e “sconveniente”. L’unica con cui possiamo scrivere.

venerdì 26 settembre 2025

SIPARI QUARANTANNI DOPO -

Ho scritto molte poesie, alcune a distanza di anni sono restate tali altre sono morte in un abito che non competeva loro. Con tutto quello che ho lasciato negli anni in rete su spazi diversi fra loro potrei vivere di rendita per molto tempo. Perchè no? Copiare e incollare QUI il materiale mio di altri mondi e altri tempi: compiacermene stoltamente e facilmente, dare un ritocchino qua ed uno là, dirmi non male, non male finchè l’eco dei miei passi si perderebbe nello spazio vuoto della mia esistenza. SIPARI resta una poesia. Ha superato il mio tempo ed è ritornata seriamente al suo posto. Sipari è mia, lei è svanita trentanni fa.

Di mattina ti guardo
anche se da tempo non sei più
qui.
Mi muovo fra le pieghe di quel che eravamo:
il viso serio, le labbra ferme, gli occhi abbassati.
Devo essere uno spettacolo curioso
per chi guarda libero dalla mia malattia
e incomprensibile.
Io attraverso le scene della nostra vita
e c’è sempre qualcosa
fuori posto;
metto gli oggetti del cuore in modo diverso,
dispongo la curiosità d’esistere
in altra direzione.
Ma c’è sempre qualcosa fuori posto
uno spigolo, un grosso armadio,
una traccia,
un camuffamento mal riuscito,
un’urgenza crudele,
intromissioni tra un sipario e l’altro.
L’ultima scena è sempre vuota.

domenica 21 settembre 2025

LA DIFFERENZA -

A vent’anni non puoi trascorrere la tua vita appoggiato a un legno, hai bisogno d’altro senti lo stimolo di altre cose, c’è il sesso e il suo profumo… ci sono le donne, l’altra faccia del pianeta. A ventanni dimentichi e bruci in fretta. Per qualche strano motivo, in un primo periodo, anche le donne furono intrise dal gusto del politico e dell’impegno ideologico, ma fu una stagione breve e convulsa troppo lontana dalla mia indole e dalle mie aspettative. Di fatto si era venuta a creare una situazione particolare, una specie di “ombrello” protettivo sotto cui riparare anche i sentimenti privati, un imprimatur laico senza il cui bollino le dinamiche sentimentali perdevano dignità. Una sciocchezza terribile e, come tale, rigettata da me in breve tempo. Ma il rigetto cominciò a segnare anche il mio distacco dalla routine dell’impegno politico e ideologico all’interno del movimento; quello che io credevo impossibile si ripresentava, sotto altre vesti, davanti ai miei occhi. Affermare e chiedere l’alternativa, l’autocritica, scelte diverse, democrazia e libertà di pensiero pian piano diventò solo un’affermazione “di merito” sciatta e senza vita. Insomma il fascismo di cui ci riempivamo la bocca nelle assemblee e nei cortei e la violenza che dicevamo di voler combattere noi l’applicammo in toto nel nostro modo di agire. Il segreto era non pensarci, non pensare e fare, nessuna riflessione fuori dagli schemi e, soprattutto, dalle sentinelle vigili accanto a noi, pronte a controllare e redarguire tuoi eventuali cedimenti. Nella Milano del 1970 io camminavo su un’asse di equilibrio sottilissima: al di qua e al di là non c’era nulla che io amassi veramente, nulla di cui potermi fidare ciecamente, c’ero solo io e la mia asse di equilibrio. Dei miei compagni di strada sta svanendo anche il nome: dalla primavera del 59 ad ora delle loro traiettorie è restata solo una scia indistinta Ne scrivo per questo, per fare la differenza. Ma allora e per un po’ di anni ancora io parlavo e basta, scrivere era solo un voto alto in pagella. Mia madre conservava i temi che facevo: li metteva in una cartelletta verde che nascondeva gelosamente. Le chiesi un giorno perchè lo facesse e mi rispose: - Perchè ciò che si scrive è una persona, è il suo spirito- poi mi baciò e tanto mi bastò. Per lungo tempo. Fu Tiziana dai capelli rossi a spiegarmi la differenza…e la sua spiegazione mi parve molto diversa da quella di mia madre e mi piacque di più. 
Oggi so che erano la medesima cosa… Poca gente nella biblioteca d’istituto. Meglio, questa non sarà mai un’alcova però una stanza larga e quasi vuota è un buon palcoscenico. Oggi glielo dico, oggi o mai più. Chi se ne frega della ricerca di storia…è bellissima, la gonna a quadri chiusa da una enorme spilla d’oro e le sue gambe e il suo profumo leggermente speziato. Invade i miei sogni da mesi, non ho più una notte ristoratrice da quando la testa si è inceppata su di lei: quindi oggi glielo dico per non impazzire e non dichiararmi sconfitto davanti alle masturbazioni mentali e non. Ha già preso i testi e mi guarda, io sto fermo come un cretino a osservarla come un’opera d’arte. – Enzo me la dai una mano a portare questi libroni sulla scrivania o devo fare tutto da sola? – Eh…certo. Scusa. Li prendo in fretta tutti, manco fossi un fusto da olimpiadi del sollevamento pesi…e cascano tutti fragorosamente a terra. Inevitabile, un classico che si ripete. Ma come faccio ad essere così? -Madonna che casino…si sono rovinati? – No, non mi sembra. Dai tiriamoli su e basta. E’ mentre li posiamo sulla scrivania che sei troppo vicina per respirare, è adesso che ti prendo la mano e ti dico: “Tiziana ti amo”. La voce non sembra la mia eppure l’ho usata senza pensarci; è una voce da uomo che stona nel mio corpo da adolescente affannato. Ti giri, non parli. Mi guardi senza fretta. Qui niente e nessuno ha fretta. Mi guardi e io non riesco a smettere di bere i tuoi occhi… Era il primo anno di liceo classico quando una ragazza mi rivelò il mistero del parlare e dello scrivere: io le dissi ti amo, lei si avvicinò e si mise un po’ di sbieco affinché potessi ammirare la lunghezza delle sue ciglia e mi rispose: “Scrivilo, non dirmelo perché lo dimenticherai, scrivilo con un bacio.” Ho parlato con migliaia di persone ed erano tutte chiacchiere importanti, l’unico ricordo che conservo di esse è un’eco lontana. Scrivo da quel pomeriggio in cui Enzo scrisse a Tiziana con un bacio lento e pieno d’aria che era innamorato di lei. Così Tiziana c’è ancora, con la gonna a quadri e lo spillone dorato e la camicia chiara sopra il seno ansimante. C’è perché ne ho scritto. Allora come adesso, scrivo per pesare di più sulla bilancia della vita o per continuare a crederlo. Ognuno di voi ha la sua ricetta e relativa posologia dentro la tastiera…miliardi di battiti e di baci, un firmamento di astri luminosi che contengono le nostre vite che continueranno a riflettere sulla terra anche quando i proprietari saranno volati via.

mercoledì 17 settembre 2025

OPINIONI -

Questo non è un blog d’opinione, che significato ha questo termine? 
IO HO UN’OPINIONE, l’ho su molte cose ma non faccio opinione! Non pretendo di farla, me la studio, la vivo e la analizzo. Non la vendo ma la difendo aprioristicamente se essa viene attaccata gratuitamente, l’ideologia di altri non può valere più della mia per partito preso. Avere una opinione, scriverla in rete significa nella gran parte dei casi suicidarsi per contatti e audience; nei blog decenti da un punto di vista letterario l’opinione è UNICA, una dittatura del pensiero che nasce da molto lontano, dalla fine del secondo conflitto mondiale e dalla egemonia ideologica della sinistra che pretese di fondare questo straccio di Repubblica delle banane su una guerra civile. Ma io per fortuna ho superato da tempo l’imbarazzo di dover piacere per forza a qualcuno, di dover cinguettare su testi e concetti falsi e vuoti. Guardatevi attorno…prati immensi pieni di margheritine da cogliere per farne deliziosi mazzi come cadeux alla blogger o al blogger di turno – ma sei bravissimo, quanta poesia… l’umanità dolente, i buoni di qua i cattivi di là, l’elite intellettuale, il nuovo mondo, il nuovo sesso, le donne sempre una spanna più su, i clandestini uber alles, il mondo arabo e gli schifosi occidentali– Un vortice di colori stupendi e voi/noi lì dentro a gorgheggiare l’unico canto che non ci lasci isolati! I prossimi post sono dedicati alle mie opinioni così a scanso di equivoci chi legge sa con chi ha a che fare. E’ utile, onesto, per certi versi proficuo ( se ci si confronta con teste pensanti) e soprattutto liberatorio. Da quando scrivo in rete ho contatti speciali con blogger che ritengo abbiano opinioni molto diverse dalle mie se non contrastanti; ho ben capito che esprimere con chiarezza le proprie idee in aperto contrasto con quelle di tendenza nell’ambiente frequentato ti espone a un isolamento mediatico potente e progressivo. Devo francamente confessare due cose: la prima è che chi è in asse con le mie opinioni mediaticamente e culturalmente è spesso una nullità mentre dalla riva opposta ci sono fior di esecutori. La seconda è che non mi importa dell’isolamento io non faccio compravendita di contatti e non sono disponibile a compromessi a qualunque costo. Io sono un uomo libero sarà questo che vi disturba.

giovedì 11 settembre 2025

L'ASSASSINO SILENZIOSO


L’amore che si presenta alle spalle
di notte è un assassino silenzioso.
Scivolo tra le sue braccia
per sfuggire al mio destino.
Dibattersi, negare
cambiare il suo disegno con una poesia
bilanciare con i miei frammenti
il suo sorriso finale è l’ultima sciocchezza
di quest’uomo.
Stanotte non finirà così
Per molto tempo ancora
tralascerò quella virgola che fa da confine
tra la vita e i giorni vuoti.
E voltandomi ti bacerò come tu non hai mai provato
Mi ucciderai certo ma non sarà invano
ti accoglierò da solo
stanotte.
Come sempre sono stato
e ti guiderò la mano
e per un lunghissimo attimo
capirai.
Dopo sarà troppo tardi
Troppo facile troppo rapido e lontano


Devo essere sincero “stanotte” piace anche a me: l’ho scritta di getto come se fosse già presente dentro la mia mente e non aspettasse altro che uscire. Era notte alta e dovevo liberare il cuore da un peso decennale e crudele, non serviva altro che scrivere e farlo con dedizione sincera. Dopo, un minuto solo dopo è trascorso un intervallo infinito: esso ha annullato qualunque malinconia, qualunque ridicolo pietismo. Io sono asciutto dentro quelle righe, non c’è nient’altro che la coscienza lucida di sè. Nessun rimpianto, la vita soltanto e l’amore o l’idea di esso, il profumo che chiunque lo abbia provato non dimenticherà perchè è una necessità senza do ut des, senza formalismi, senza età…solo io e quell’idea viva e terribile.

domenica 7 settembre 2025

DIECI ANNI DOPO - il mio modo e la mia misura -

Per molti di voi sembra una cosa senza senso: molti luoghi virtuali, gli stessi testi solo organizzati in modo diverso. C’è una gran parte di ragione. Però tutto questo non vi crea alcun fastidio e il vero problema, in qualsiasi modo io abbia organizzato la mia scrittura, è ben altro. Attiene ormai da molto tempo alla mia fine sostanziale come blogger, alla mia palese incapacità di relazionarmi con l’esterno e alle conseguenze prevedibili di tale difetto. All’inizio leggevo circa una trentina di blog ogni giorno e ne commentavo almeno una ventina anche se non vi era nulla da commentare! Avevo intuito che l’unico modo per esserci ed essere letto qui è visitare in modo visibile e tracciabile gli altri blog: non ci sono alternative alla lettura dei vostri post con commento a seguire. Il “like” è soltanto un succedaneo di poco conto. Commentare è indispensabile, presenziare una conditio sine qua non, se non ci riesci il tuo spazio torna ad essere un diario privato segreto non dissimile da quelli cartacei di vetusta memoria. Compreso questo assioma di fondo cercare blog degni di spingermi ad un commento meno formale diventò il mio impegno primario: in quest’ottica fino a tre anni fa ho girato il web in lungo e in largo, attirato come sempre dalle diversità culturali e concettuali rispetto alle mie. Ovviamente le diversità non sono quasi mai “facili”, “discorsive” o interlocutorie sic et simpliciter. Io nella mia ricerca ho trovato un certo numero di spazi interessanti e stimolanti e un numero enorme di altri assolutamente inguardabili e, si badi bene, al di là della correttezza sintattica e della bellezza letteraria dei testi. Molti blog possiedono insito questa specie di cancro, alcuni insospettabili e la malattia viene fuori appena nel contatto comunicativo ti discosti dal trend dei commenti già presenti e dall’ideologia concettuale di base presente in essi. E’ stato così che per indole mia ho iniziato ad interrogarmi pubblicamente sulla sostanza comunicativa reale dei blog e su quella specie di galateo virtuale che li domina. Tali riflessioni sono risultate assolutamente indigeste alla maggior parte di voi: in alcuni casi sono state il motivo di querelle pesanti, inutili e distruttive per il sottoscritto. Alcuni di voi me lo hanno detto senza giri di parole: basta non ti sopportiamo più! Peccato per i testi di lamenti e autocommiserazione sul mondo dei blog… ti avrei letto con più piacere! Sei insopportabile e ripetitivo… etc etc. Comincio a pormi seriamente alcune domande... Il contatto con il mondo spirituale e intellettuale di ognuno di voi non può essere gestito allo stesso modo per tutti. Ci sono blog nei quali il testo è in sè concluso, non ha senso aggiungere nulla. In questo caso che si fa? Si scrive ho letto? Mi piace? Non mi piace (non è previsto)? Si ripete con altre parole il concetto già espresso dall’autore? Con le poesie ad esempio è difficile aggiungere e commentare qualcosa che abbia senso, La poesia è già una metafisica superiore, si assorbe e basta; non siamo qui a fare saggistica o analisi delle parole e dei testi, non siamo al Liceo e nemmeno professori di lettere. Se lo siamo dobbiamo tenerlo da parte perchè un blogger è altra cosa. Un blogger scrive, legge la realtà sua propria e la propone fuori, se una lirica è bella a mio parere l’unica cosa che si può fare e cercarne altre e ringraziare semplicemente l’autore. Ho incontrato inaspettatamente in rete un buon numero di poeti e poetesse di spessore: quasi tutti soli, isolati e senza lettori, con una pletora in coda di “bello, bellissima, meravigliosa, brava, Unica….”. Praticamente mai un commento che entrasse dentro la sostanza e l’armonia dei versi in questione. Sui blog gli argomenti di tipo esistenziale “degenerano” perchè hanno la peculiarità di essere privati, intimi, strettamente personali; su di essi il commento può al massimo definirsi in un – l’ho vissuto anch’io- perchè discuterne in termini di confronto con la propria diversa esperienza ha secondo me un senso relativo. Esiste anche il rischio di diventare invasivi, duri, supponenti e da un testo pulito possono nascere commenti sporchi. Gli argomenti di tipo sociale, politico e storico sono nei blog materiale esplosivo! Esattamente come lo sono i medesimi sugli altri media. Leggi entri e commenti SOLO se la tua opinione è in linea con quella dell’autore e degli altri commentatori. Altrimenti crei solo le premesse per farti mandare più o meno elegantemente a quel paese. Un vero peccato perchè è proprio in questi campi che la comunicazione del web tra i blogger potrebbe dare frutti notevoli, diversi dalle manfrine prevedibili e scontate dei canali ufficiali. Qualunque sia l’argomento trattato nei testi il sistema più semplice, quello più produttivo e comodo nei blog è usare il commento in modo incolore, indolore, simpatico e gioviale: ciò trasforma i colloqui (con o senza moderazione) in vere e proprie Chat. Salotti più o meno zuccherosi pieni di trilli, ammiccamenti, stimoli che vanno in direzioni anche molte diverse dall’argomento proposto, seduzioni velate. E’ comprensibile che in tale contesto un blog diventi un oggetto diverso da un diario spirituale personale. I commenti sarebbero la vita e la morte di quello che scrivo, la mia liberazione filtrata dal mio sacrificio di dovermi confrontare con sintassi e storie diversissime da me. Non sono elegante e disponibile, spesso me lo impongo perchè sento che la luce che ho intravisto nei miei sogni ad occhi aperti vi comprende tutti; donne, uomini, omosessuali, poeti e puttane, letterati per finta e artisti universali caduti per caso su queste pagine. Sta diventando sempre più difficile tutto: I COMMENTI e le teorie interpretative da cui scaturiscono sono sempre più spesso “fantasiose”. Le relazioni virtuali che nascono dalle cose che scrivo arrivano a distanze stellari dalle loro premesse . O sono false quest’ultime o c’è qualcosa di intimamente errato nelle loro dinamiche. Noi come !generazione di blogger siamo al novanta per cento dei cafoni virtuali senza speranza e senza cultura, dirlo, riconoscerlo e darsi da fare per imparare qualcosa è il primo indispensabile passo. Subito dopo si torna al cartaceo!

domenica 31 agosto 2025

RITROVARSI –

– Guarda che sto male. 
– Non sai amare diversamente? 
– No e non lo dici sul serio. Vedi? E’ una vertigine e non ho nemmeno la forza di baciarti. 
Attendevano da venticinque anni il ritrovarsi. C’era il caldo di fine estate, quello di una sera che recita le solite litanie di fine stagione. Ogni volta sono sempre di meno, devi trovarci un senso diverso magari rinforzandole con i ricordi di quelle trascorse. Ma fa male…almeno un po’. Conosceva quella casa all’ultimo piano e la grande terrazza col panorama verso il mare e le stelle. Si, la conosceva bene anche se talvolta si era camuffato da viandante distratto. Conosceva le intime fibre di quelle pareti, adesso muovendo i suoi passi in corridoio le voci e i volti ricomparivano tutti ad uno ad uno. 
– Guarda che sto veramente male e devo nasconderlo. 
Non aveva particolari ritrosie per la socialità, dipendeva dal momento e dal luogo, che fossero un palcoscenico adeguato alla recita che egli proponeva. Ma gli altri lo sapevano? Gente così, nè bene nè male ma anche lui in fondo era allo stesso modo. Fuori, perchè nell’intimo c’era un abisso profondo e sconosciuto ai più, lui lo aveva difeso sempre a denti stretti. Sul divano in sala da pranzo stava seduta la signora, la rivedeva come l’ultima volta dieci anni prima, con quel suo sorriso aperto e il piacere di rivederlo che mostrava ogni volta. Risentiva la sua voce e i discorsi tra loro: parlava con lei ma nel cuore c’era la figlia e stimando un improprio eccessivo l’avvicinarsi a quella riempiva con la madre il colloquio di metafore e attenzioni. La signora avrebbe compreso? Certamente sì ma ormai era tardi anche per quello: due sole interlocutrici ed una era morta da qualche anno. 
Attendeva da venticinque anni il ritrovarsi. 
– Vorrei che parlasse il silenzio tra di noi. Vedi? E’ una vertigine… 
Poggiato sul muretto della terrazza guardava quella parte di città perdersi nel buio della sera, il confine della costa era segnato dalla lunga fila di fanali lungo il litorale. Il mare oscuro, sconfinato dentro la terra indefinita, una metafora perfetta. Poteva usarla ancora, anche lì anche in quel momento mentre qualcuno degli invitati parlava con lui ed egli conversava amabilmente del solito più o del solito meno. Doveva farlo altrimenti le eco di prima lo avrebbero inghiottito. Scivolò in compagnia lungo la parte più larga della grande terrazza e disse molte cose, dimenticandole immediatamente dopo. Si faceva attraversare dai ricordi e non si capacitava come gli altri non se ne rendessero conto, lui si sentiva nudo. Totalmente nudo. Attendeva da venticinque anni il ritrovarsi. 
Il suo personale cerchio vitale girava attorno a lui e a quella casa ma mancava una fotografia; lo aveva notato all’ingresso. Lei giovanissima in costume immersa nell’acqua bassa e trasparente di un mare amico. Tutto il resto era al suo posto ma la foto non era più appesa nel corridoio tra il bagno e la cucina. Sembrava un addio crudele. Naturalmente la chiamata alla realtà del sedersi a tavola arrivò nel momento meno opportuno ma lui si domandò cosa ci fosse di opportuno quella sera, quanti minuti si sarebbero potuti confrontare col desiderio di allora. Occhi chiari gli sorrise, un attimo ad attraversare lo spazio, una virgola e una sospensione. La sera era diventata ormai notte e il cibo era buonissimo. Riuscì a trovare posto a tutte le chiacchiere, le risa, i bicchieri e le posate: ogni cosa al suo posto sul tavolo e in questa vita. Lui perennemente estraneo. 
– Guarda che sto male…dimmi che saremo insieme almeno in quell’altro modo. 
Scenografia perfetta, attori raffinati, sipari aperti e chiusi: il mare, la pesca, i ricordi…la sua morte era scritta in quel copione? Attendevano da venticinque anni il ritrovarsi. Occhi chiari non c’era, il resto sì, il cielo era sereno, la casa benevola, si alzò ed entrò in casa al momento giusto perchè nella sceneggiatura quella era una parte, che non prevista, non sarebbe mai stata pubblicata. Lo sapeva benissimo. Non cercava nulla adesso, gli bastava frusciare tra i libri della madre e i dischi del padre, quanto tempo era passato? Tre o quattro decenni, tre o quattro vite o solo una, la sua, in attesa di una degna conclusione? Attraversando il corridoio la vide con la coda dell’occhio in cucina, proseguì e chiese con naturalezza del bagno. 
– Certo, è lì a destra, lo sai – gli si avvicinò e con aria complice gli fece cenno di seguirla. Aprì la porta dell’ultima stanza in fondo e gli mostrò la foto appesa sulla parete. 
– Eccola, guarda- 
Non riuscirono a dire altro. In due metri quadrati seguirono il loro destino perchè non c’era nient’altro da fare e fu lei a tirarlo verso di sè, a poggiare le sue labbra sulla sua bocca. Attendevano da venticique anni il loro inizio e stringendosi l’uno sull’altra non desideravano altro che quel lunghissimo bacio: senza altro che il sogno segreto che avevano custodito per sempre. La notte infinita scivolava su di loro, la casa li guardava silenziosa.

mercoledì 20 agosto 2025

TRAMONTI A OCCIDENTE -

“Tramonti ad occidente” è la mia vita. I giorni infiniti, il gelsomino di sera e il profumo del mare sotto l’acropoli. E’ l’eternità di quando ero un ragazzino e il sogno che ancora non si è spento. Tramonti ad occidente è l’unica cosa che ho scritto senza inquietudine, è il mio rifugio dell’anima. Il testo fu scritto molto tempo fa e fa riferimento ad un'emozione e un ricordo di quasi 40 anni addietro. L'ultima volta che vidi Selinunte così come è qui descritta. Tutto il post, ogni suo rigo, virgole comprese è dedicato ai miei genitori. A mio padre severissimo e austero ma capace di tenerezze improvvise: fu lui quella sera a invitarci a correre a piedi nudi sulle stoppie secche attorno ai templi. Ci disse - devi imparare a conoscere la tua terra dalla sua terra- A mia madre che nella foto appare quasi trasognata col vento nei capelli: capii allora quanto l'amasse mio padre mentre la guardava camminare mentre noi le sfuggivamo di mano. Loro dentro di me ci sono ancora. 

Tornare là dove tutto era iniziato significava rincorrere le voci, sorridere con gli occhi socchiusi all’incantamento che ci aveva estraniato dal mondo e guardare nel fitto del nostro iniziale respiro. Selinunte era un’ampia falce di sabbia dorata che terminava con un basso promontorio di terra e roccia. Selinunte erano le mie estati di bambino, una magia che non si sarebbe ripetuta mai più. Di questo luogo conoscevo ogni pietra, ogni goccia del mare, persino i ciuffi di rosmarino e cardo selvatico mi erano amici. I miei compagni di scuola in Lombardia, alla fine dell’anno, si sentivano dei privilegiati perché si trasferivano sulla riviera romagnola o sulla costa ligure. Li compativo, io ad ogni estate facevo il bagno con gli antichi Dei di questa terra; mi lasciavo accarezzare dall’acqua turchese mentre i piedi giocavano con la sabbia bionda e granulosa. In questo mare avevo imparato a nuotare e, quando m’immergevo, scoprivo poi le colonne rosee dell’acropoli attraverso il filtro acqueo sui miei occhi un attimo prima di riemergere. In questi posti io, fin da bambino, sono stato spesso scambiato per uno di quei turisti del nord, gli unici snob che per decenni sono discesi sino all’anticamera dell’Africa soltanto per visitare l’area archeologica. L’affetto per i luoghi della mia infanzia addolciva la mia naturale misantropia. Sapevo con assoluta certezza che era l’ultima volta che avrei potuto incontrarli, l’ultima occasione per sentirli nell’intimo delle mie fibre così come essi erano sempre stati per me. A volte è una questione d’odori nell’aria e capisci, in un momento, che il tuo sentimento per un luogo sta per cambiare in modo ineluttabile. Puoi disperarti o far finta di niente, ma io, seduto ad un tavolo del bar Lido Azzurro, di lì ad una settimana sarei stato un altro in un altro luogo e in un tempo diverso. Questa certezza mi dava un disagio profondo, non avevo alcun potere, alcuna voglia d’impedire la metamorfosi. Perché avrei dovuto far sopravvivere un simulacro di Selinunte, dei miei quattordici anni, del mare sotto l’acropoli? Per inorridire tra uno o due decenni dinanzi alla maschera grottesca che sarebbero diventati? Esiste un accanimento terapeutico anche per le emozioni, i sentimenti, i ricordi: è questione di scelte, io avevo deciso che questo luogo sarebbe scomparso con me e sarebbe stato per sempre solo mio. Molti anni prima, in un tardo pomeriggio uguale a questo, avresti visto quattro persone camminare lentamente lungo la stradetta che attraversava la zona archeologica. L’ordine del drappello era sempre lo stesso: mio padre in testa, davanti a tutti di almeno una decina di metri. Poi mia madre, guardinga e speranzosa di un ritmo di marcia meno baldanzoso. Infine io e mia sorella, occupati a sciamare ovunque in ordine sparso. “Passeggiate in famiglia” erano chiamate ed erano ogni volta un’avventura diversa attraverso le rovine dei templi dorici della collina orientale, le pietre ammucchiate come pugni di sale bianco sopra un poggio che guardava il mare. Cominciai ad affrettare il passo, il sole aveva iniziato la sua discesa…mi parve di sentire la voce di mia madre… Mi fermai, come facevo allora, per raccogliere una lumaca attaccata ad uno sterpo rinsecchito. Perdevo tempo dunque e restavo indietro, allora come adesso. Immobile davanti al tempio adesso il silenzio era assoluto, con la mano cercai la fotocamera dentro la tasca del giubbotto. Sulla pelle scorreva un brivido sottile, un’emozione vera: come da bambino questo silenzio era il segno premonitore del miracolo che mi attendeva fra le rocce. Le colonne si andavano colorando di un rosa più intenso rubato al sole che, sempre più grande, era ormai quasi sopra il Baglio Bonsignore. Dovevo muovermi più in fretta. D’ora in poi il tempo avrebbe mutato nell’intimo la sua essenza. I minuti, i secondi potevano dilatarsi o coagulare gli uni sugli altri senza uno schema logico prevedibile. Quarantanni prima, per mio padre, era molto più semplice: una sera dopo l’altra l’estate lunghissima gli regalava opportunità continue di vivere senza fretta. Dopo la sosta al tempio E, ancora pochi passi e tutta la famiglia giungeva sullo spiazzo delle rovine del tempio G: un’enorme quantità di blocchi di pietra grigia, un groviglio inestricabile e confuso di rovi, terra e resti architettonici popolati da gechi e insetti. Dell’immensa struttura restava il perimetro d’alti gradini ed un’unica alta colonna interna, levata come un dito ammonitore e misterioso. Era chiamata da sempre “lu fusu di la vecchia”. Le voci mi raggiungevano nuovamente… e, mentre salivo per un sentiero fra le pietre, mi raccontavano per l’ennesima volta di com’erano le cose prima e non fossero più. Il silenzio era sempre più assordante. Percorrevo, da solo, la vecchia strada ed ero stupito di come niente fosse cambiato: le gambe sembravano muoversi in modo autonomo. Mi fermai. Attesi un momento ma le voci erano scomparse, lontano da molto tempo, questo pellegrinaggio iniziato da solo, in solitudine doveva finire. Avanti per qualche metro: ero proprio sotto lu fusu e le ombre diventavano sempre più lunghe. Altri passi veloci… finalmente “la seggia” era davanti a me! Per uno strano e insondabile caso questo pezzo d’architrave, crollando dall’empireo della sua alta funzione, rotolando e spezzandosi assieme alle migliaia di altri blocchi di pietra, era rimasta in cima al mucchio. Superba e insensibile agli insulti del tempo, capovolgendosi, si era sistemata come un divano di foggia avveniristica sopra tutti i resti della gloria ellenica. Arrampicandomi poggiai infine le spalle sullo schienale di pietra: era ancora dolcemente tiepido per il calore accumulato durante il giorno. Ma, ora, non c’era più tempo per riflettere: lo spettacolo stava per iniziare. Il cielo terso, immacolato, da azzurro era diventato blu intenso. Io, seduto nella mia poltrona, vidi comparire la prima stella: Venere mandò un lampo di luce e cominciò a brillare come un gioiello. Il sole, largo e arancione, s’era portato sulla verticale dell’acropoli, il suo disco, diventava nella parte inferiore, di un rosso carminio, come fosse venato di sangue. Non c’era più luce, piuttosto un riflesso interno e luminoso che aveva vita propria. L’astro scese tra le colonne del piccolo tempio dell’acropoli che erano diventate tanti minuscoli aghi neri, rilevati sullo sfondo del cielo e del mare. Adesso avevano entrambi un’impossibile tinta color indaco. Mi girava la testa. Non vedevo nulla, ma sentivo tutto con precisione assoluta. Poi, all’improvviso, questo stillicidio cromatico e temporale divenne un urlo viola. Il disco solare emise un respiro tagliente di luce rossa e il tempo si fermò. Tutto immobile, il cielo, la terra su cui posavo i piedi, il sole pronto ad essere inghiottito dal mare, le pietre dei templi e l’aria con il suo sottile aroma di rosmarino. Io ero lì, come il bambino di vent’anni prima e l’uomo di adesso. I miei ricordi d’infanzia legati ai pensieri da vecchio che rigiravo nella testa. Ogni cosa al suo posto, sospesa, perfetta nel suo significato più intimo, senza alcuna necessità di collocazione temporale. Probabilmente era questa l’eternità, quella parte di metafisico che ognuno di noi possiede e che spesso chiamiamo anima; il desiderio struggente che divora la nostra vita come un’amante irraggiungibile. Mi invase un benessere calmo, profondo ed io lo assaporai fino in fondo, le braccia allargate e la testa reclinata all’indietro: poter riflettere e finalmente capire come si era chiuso il cerchio della mia vita, cosa avevo fatto e cosa ero diventato. Furono le cicale a segnare la fine dell’incantesimo, a farmi scendere dal divano di pietra. Attorno al tempio camminavano tranquillamente mio padre, mia madre, mia sorella; la famiglia di nuovo unita e fu molto bello tornare ragazzino, con loro. Quella notte, seduti sul grande capitello rovesciato, abbiamo ascoltato con attenzione le molte storie, le piccole grandi avventure narrate da mio padre. Il firmamento era un enorme puntaspilli di velluto nero pieno di stelle e galassie. Fu eccitante osservare una luce mobile che attraversava lo spazio sopra di noi: un aeroplano? Forse un satellite? Più probabilmente lo sguardo divertito degli antichi Dei che osservavano il nostro formicolare quaggiù sulla terra. Papà, sono certo che anche tu ricordi le notti in cui stavamo tutti con il viso in aria a farci accarezzare dal vento tiepido che veniva dall’Africa. Esse non sono trascorse per sempre, sono soltanto andate altrove a raccontare di noi quattro e dei nostri stupori.

giovedì 14 agosto 2025

TORNO A CASA -

Stasera torno a casa, ai luoghi in cui muovermi è automatico e il trascorrere è rimasto un fruscio. Stanotte sulla spiaggia che mi vide bambino attenderò che altri sogni scendano quaggiù a riempirmi il cuore. Le stelle scivoleranno giù lasciando nel cielo le scie del loro splendore mescolato alla magia che i desideri portano sempre con se. Vorrei fosse diversamente ma sarò solo: porto le stimmate di una condizione esclusiva non più rimediabile ormai. Ho già pronta la scatola con la mia lucciola personale, l’aprirò per far da richiamo alle sue sorelle del cielo, che non si scordino di me quaggiù; le attendo da un’estate all’altra, da una stagione all’altra, fingendo sempre che una carezza possa mitigare la disillusione di una vita. Sorriderò questa notte quando arriverà la liberazione della tua voce e sarà di nuovo agosto con le cicale ad esaurire la notte e l’andirivieni delle onde a immortalare il tempo.

sabato 9 agosto 2025

S. LORENZO



Saranno più lente
o più veloci le mie stelle
stanotte
quando cadranno?
A quale divinità racconteranno
Il mio stupido enumerare
le date, i ricordi
i tramonti?
Immergerò l’indice nel velluto nero
senza sapere se sia acqua
o vento
senza conoscere nulla
senza chiedere sentieri più brevi.
Sto qui sull’uscio della notte
Per carpire la prima eco
della sua sottana di seta
strusciata sul mio viso.
Tremo di piacere al suo
passaggio ma è un piacere
solitario,
svanirà con me.

mercoledì 6 agosto 2025

Enola Gay


Siamo una specie vivente di bassa qualità. 
Non fatevi ingannare dai discorsi celebrativi che i vari tipi di scimmie pronunciano tra loro senza nessun contradditorio: siamo una specie vivente mal fatta. Però abbiamo un grosso cervello, le sue dimensioni non sono eguagliate da nessun’altra specie su questo pianeta: un grosso e stupido cervello, una macchina che funziona bene, crea e immagina con grande potenza e poi improvvisamente si blocca, decade a livelli infimi e autodistruttivi. Forse il Creatore, se esiste, era distratto oppure si è stancato e ha lasciato lì la su invenzione per dedicarsi ad altro ma l’invenzione purtroppo ha vita autonoma, il Creatore l’ha voluta così con il libero arbitrio. Errore tremendo! 
Vorrei dirvi cari blogger che siete/siamo così, che usiamo internet, che leggiamo la stampa e guardiamo la tv con le sue immagini di guerra e distruzione in Ucraina perché una mattina del 6 giugno del 1944 10.300 giovani ragazzi americani e canadesi si fecero massacrare dalle mitragliatrici tedesche sulle spiagge della Normandia. Le truppe dei compagni russi da est e per via terrestre completarono l’opera verso il nido di vipere chiuso in un bunker a Berlino. Non trovate strano che forze così diverse ideologicamente tra loro si unissero verso un nemico comune? 
Infatti subito dopo aver chiuso la faccenda cominciarono a farsi la guerra tra loro, una guerra “fredda” come un quarto di pollo in gelatina ma molto pesante da digerire. Credetemi siamo una specie vivente venuta male. Adesso magari state pensando di aver di fronte il solito destrorso cretino al servizio di un americanismo radicale: non è affatto vero ma senza l’intervento giapponese a Pearl Harbour nel 41 oggi saremmo il risultato di una Pax tedesca di matrice nazista…e molti di noi non ne avremmo neanche coscienza. Una Europa coperta dall’aquila del Reich e la nostra inutile italietta a scimmiottare Berlino, cosa del resto che ci è sempre piaciuta molto. Ora jeans e rock and roll, nell’altra versione birra e croci uncinate con circa 6 milioni di ebrei sterminati da dimenticare. 
Siamo una specie pericolosa. Da anni ci scandalizziamo per gli orrori bellici, i genocidi, e sperimentazioni chimiche sulle popolazioni inermi…la versione odierna riguarda un certo Putin e il suo proditorio attacco a Kiev. Anche in questo caso siamo scimmie parlanti e riempiamo carta stampata e carta virtuale berciando pro e contro Putin, pro e contro l’invio di armi occidentali agli ucraini (nessuno riflette su quanto guadagnano i fabbricanti occidentali di armi in tale frangente? (Se gli chiudiamo i mercati si chiudono anche le fabbriche!). Mentre ci accapigliamo per l’Ucraina con la consueta facilità e ignoranza storica dimentichiamo il passato prossimo e quello remoto o remotissimo (Curdi, palestinesi, valdesi, coreani, cinesi, tibetani…rivoluzione francese, rivoluzione russa, Jugoslavia degli anni 90 e potrei continuare all’infinito). Solo le nostre rispettive ideologie, anche quelle religiose ci mancherebbe, ci permettono di dimenticare e trovare sempre giustificazioni alte e nobili per massacri orrendi. Solo le nostre ideologie ci permettono di guardare e non vedere, di applaudirci tra noi, di travisare l’intravisabile, di occludere le nostre coscienze e fare bellissimi e memorabili discorsi conditi da valutazioni profonde e analisi strategiche economiche sociali, di destra, di sinistra di centro moderato con la supervisione del potente di zona, dell’alto prelato di turno, del social di riferimento etc etc. 
Infine vien fuori che Putin è un pazzo criminale e noi dobbiamo fermarlo. Noi chi? Putin è veramente un bastardo ma Erdogan? Macron, Draghi? La Cina profuma di mandorli in fiore e libertà? Il mondo islamico è la summa di quanto di meglio ha prodotto l’umanità? Moschee e burqa son da preferire ai conventi di clausura cristiani? Siamo una specie vivente senza dignità. 
Voglio ricordare a voi tutti che 78 anni fa alle 8, 15 gli Stati uniti d'America compirono uno dei più complessi esperimenti scientifici sulla razza umana tentati fino ad allora. Leggete ogni tanto qualche libro please. Il gruppo di scienziati e fisici atomici (molti fuggiti anche dall’Europa a causa delle fregole antisemitiche dello zio Adolf) era ben assortito e preparato: c’eravamo anche noi italiani, Fermi era una star e uno dei principali attori. Era stato lui qualche anno prima a Roma col suo gruppo di ragazzi di via Panisperna a intuire e studiare la scissione dell’atomo e la forza distruttiva che da essa si liberava, tra i ragazzi c’era anche un siciliano atipico (siamo così molto spesso) uno che Fermi definì poi genio assoluto, Un tal Maiorana che nel 1938 lasciò studi e sperimentazioni e se ne andò in pensione per sempre, sparì una notte nella traversata tra Palermo e Napoli, sparì e come direbbe Guccini a culo tutto il resto. La sparizione del maggior fisico teorico del mondo non cambiò nulla delle ricerche tese a produrre e costruire una bellissima arma dall’enorme potere distruttivo che certamente avrebbe cambiato il corso della guerra mondiale. Così tra uno swing, il ritorno dei molti soldati Ryan a casa e un conflitto che si esauriva in Europa tra bombardamenti, sbarchi, partigiani e vari piazzali Loreto Il progetto Manhattan proseguì la sua corsa. Perché invece di guardare Rai 1 non vi leggete qualcosa? 

 https://it.wikipedia.org/wiki/Partecipanti_al_Progetto_Manhattan 

 Le prime prove tecniche sul confetto atomico avvennero nel deserto di Alagomordo nel nuovo Messico il 16 luglio del 1945; fu un bel botto, molto istruttivo ma incompleto. Gli americani erano riusciti a costruirla la bomba ma c’era un altro aspetto molto più interessante e produttivo. Un’atomica era imbattibile su questo non c’era dubbio ma gli studi sugli effetti di una tale esplosione sugli esseri umani? Capite bene che non era cosa da poter studiare in laboratorio, troppo tempo e risultati poco attendibili. L’idea brillante arrivò quasi subito e credetemi non ci fu nessuna remora morale nei dotti scienziati-politici americani, essi fecero l medesima cosa che gli scienziati nazisti facevano nei campi di sterminio verso gli ebrei, lo stesso principio di “studio diretto sugli umani” del dottor Mengele: provare direttamente su un essere umano! Tanto ebrei o giapponesi che importanza poteva avere! Nessuno protestava o bloccava i tedeschi ad Auschwitz, nessuno disse no e bloccò il pilota che premette il pulsante di sgancio quella mattina nel cielo sopra Hiroshima e nessuno lo fece tre giorni dopo il 9 agosto nel cielo sopra Nagasaki. Due magnifici botti, due prototipi di ordigno diversi (uno all’uranio, l’altro al plutonio) circa 200 mila esseri inceneriti in pochi secondi più altre migliaia deceduti nei mesi dopo a causa delle radiazioni. 
Ora voglio dirvi che gli Stati Uniti dichiararono che si decise per il bombardamento atomico col solo scopo di finire subito la guerra e salvare la vita di migliaia di ragazzi americani….in fondo i giapponesi se l’erano cercata anni prima nel 1941 attaccando a tradimento la flotta americana a Pearl Harbor. Non ci si comporta così dai, l’atomica era una giusta vendetta. Non c’è nessun essere umano che possa sentirsi indenne dal pericolo di affermare e quindi intraprendere azioni orribili e senza altro senso che conquistare potere: non c’è ideologia che tenga ma le ideologie purtroppo hanno radici profonde, ancora profondissime e noi cerchiamo scuse, pulizia morale, estraniamento da genocidi di massa perché è colpa di altri e noi non centriamo, noi siamo liberali, democratici, puliti. Siamo la specie vivente più pericolosa e stronza del pianeta.